Li Xiaoyong per l’Ambasciata Cinese: “Italia e Cina partner strategici per affrontare insieme le sfide globali”

Il rapporto tra Italia e Cina, le prospettive dell’economia cinese, l’innovazione tecnologica e il ruolo della cooperazione internazionale in uno scenario geopolitico sempre più complesso sono stati al centro dell’incontro organizzato da Fondazione Roma Europea, che ha ospitato, presso il Reale Circolo Canottieri Tevere Remo Li Xiaoyong, Incaricato d’Affari ad Interim dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia.

Un confronto dedicato ai rapporti tra Oriente e Occidente, nel quale il rappresentante diplomatico cinese ha delineato la visione di Pechino sulle principali trasformazioni economiche e internazionali, sottolineando la necessità di rafforzare il dialogo tra i popoli e la collaborazione tra le due economie.

Italia e Cina, un rapporto fondato sulla cooperazione

Aprendo il suo intervento, Li Xiaoyong ha evidenziato come Italia e Cina condividano un patrimonio storico e culturale unico, capace ancora oggi di rappresentare un punto di forza per sviluppare nuove opportunità di collaborazione.

Secondo il diplomatico, entrambi i Paesi sono eredi di grandi civiltà che hanno contribuito allo sviluppo della cultura mondiale e che oggi possono trasformare questa eredità in un vantaggio competitivo, favorendo nuovi scambi economici, tecnologici e culturali.

Un rapporto già consolidato anche attraverso il mondo dell’istruzione: sono infatti oltre 50.000 gli studenti cinesi che scelgono l’Italia per la propria formazione, testimonianza di un legame che continua a rafforzarsi anche tra le nuove generazioni.

L’economia cinese tra stabilità, innovazione e apertura internazionale

Nel corso dell’incontro, Li Xiaoyong ha illustrato l’attuale fase di sviluppo dell’economia cinese, riconoscendo che i ritmi di crescita non sono più quelli di vent’anni fa, ma sottolineando come la Cina continui a distinguersi per alcuni elementi strutturali.

Tra questi ha indicato innanzitutto la stabilità economica, accompagnata da un forte investimento nell’innovazione scientifica e tecnologica.

Il Governo cinese, ha spiegato, sta concentrando le proprie risorse in settori strategici come intelligenza artificiale, informatica quantistica, circuiti integrati, robotica, aerospazio e fusione nucleare, considerati fondamentali per sostenere una crescita di alta qualità.

A questi si aggiungono il dinamismo del sistema produttivo, favorito da politiche orientate alla flessibilità delle imprese, e una crescente apertura, integrazione, verso il mercato internazionale.

“La Cina non vuole essere soltanto la fabbrica del mondo, ma un motore della crescita mondiale.”

Un mercato sempre più aperto agli investimenti esteri

Nel delineare la strategia economica cinese, Li Xiaoyong ha ricordato anche le recenti misure adottate per favorire gli scambi internazionali.

Tra queste, l’estensione dell’esenzione dal visto per i cittadini di numerosi Paesi e la volontà di facilitare ulteriormente l’accesso delle imprese straniere al mercato cinese, sostenuta anche dalla solidità delle riserve valutarie del Paese.

Secondo il diplomatico, la Cina punta a rafforzare il proprio ruolo di grande mercato globale, incentivando consumi interni e nuove opportunità di investimento.

Le sfide internazionali e il valore del dialogo

Ampio spazio è stato dedicato anche all’attuale scenario geopolitico.

Li Xiaoyong ha descritto il contesto internazionale come “complesso e frammentato”, sottolineando tuttavia alcuni segnali di distensione nelle principali aree di crisi.

Tra gli elementi evidenziati figura la capacità della Cina di mantenere la propria resilienza anche in presenza delle tensioni internazionali che interessano le principali rotte energetiche (il riferimento è al blocco del Canale di Hormuz), grazie anche al crescente sviluppo delle energie rinnovabili, che rappresentano ormai una quota molto significativa della produzione energetica nazionale, circa il 70%.

Sul piano della politica estera, il rappresentante dell’Ambasciata ha ribadito l’impegno della Cina nel promuovere un approccio fondato sul dialogo, sulla cooperazione e sulla ricerca di soluzioni diplomatiche alle controversie internazionali.

“Dobbiamo essere amici e risolvere così i problemi”, ha affermato, riconoscendo come questo obiettivo sia oggi sempre più difficile ma anche sempre più necessario.

Lo spirito della Via della Seta come modello di cooperazione

Nel suo intervento, Li Xiaoyong ha richiamato anche il significato storico della Via della Seta, definendola non soltanto una rotta commerciale, ma un simbolo di pace, dialogo e scambio tra civiltà.

Secondo il diplomatico, proprio quello spirito può rappresentare ancora oggi un modello utile per affrontare le grandi sfide globali, in un momento caratterizzato da tensioni geopolitiche, protezionismo economico e crescente instabilità internazionale.

Italia e Cina, ha osservato, condividono inoltre il sostegno al ruolo delle Nazioni Unite e alla centralità del dialogo multilaterale come strumento per la risoluzione delle controversie, opponendosi alle logiche di contrapposizione e ai conflitti.

Verso il futuro

In conclusione, guardando al futuro dei rapporti bilaterali, “sono certo che il rapporto tra Cina e Italia continuerà a rafforzarsi”, nella convinzione che cooperazione, innovazione e dialogo rappresentino oggi le basi più solide per affrontare insieme le sfide del futuro.


Leggi tutte le notizie della Fondazione Roma Europea

Raffaele Fitto a Roma Europea: “L’UE deve diventare più veloce, flessibile e capace di decidere”

Raffaele Fitto, Vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Coesione e alle Riforme, è stato protagonista di un nuovo appuntamento del ciclo di incontri promosso da Roma Europea presso la Fondazione Villa Maraini.

Nel corso del confronto, Fitto ha offerto una riflessione ampia sul futuro dell’Unione Europea, soffermandosi sulle sfide geopolitiche, economiche e sociali che stanno ridefinendo il ruolo delle istituzioni europee e il rapporto con gli Stati membri.

«Viviamo una fase molto complessa», ha spiegato, evidenziando come gli strumenti decisionali costruiti in un contesto più stabile si trovino oggi a confrontarsi con un mondo caratterizzato da cambiamenti rapidi e crisi sempre più frequenti. Dalle tensioni internazionali che interessano le principali rotte energetiche globali fino alle nuove esigenze di sicurezza e competitività, secondo Fitto l‘Europa è chiamata a dotarsi di meccanismi più flessibili ed efficaci per rispondere alle emergenze e alle trasformazioni in atto.

La capacità decisionale dell’Unione Europea

Uno dei passaggi centrali del suo intervento ha riguardato il tema della capacità decisionale dell’Unione Europea. «La complessità dei processi decisionali spesso non consente la rapidità necessaria nell’esecuzione delle scelte», sottolineando la necessità di una governance più snella e di strumenti in grado di adattarsi velocemente ai mutamenti dello scenario internazionale.

Tra gli esempi citati, Fitto ha richiamato anche le recenti tensioni internazionali che interessano lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici mondiali. Situazioni di questo tipo, evidenziano quanto l’Europa debba essere in grado di reagire rapidamente a shock esterni che incidono direttamente sulla sicurezza energetica, sull’economia e sulla competitività del continente. Da qui la necessità di una maggiore flessibilità, efficacia e semplificazione nei processi decisionali europei.

Guardando al futuro, Fitto ha richiamato l’appuntamento del 2027, quando ricorreranno i settant’anni dei Trattati di Roma. Un anniversario che rappresenterà non soltanto una celebrazione storica, ma anche un’occasione per riflettere sull’architettura istituzionale dell’Unione Europea e sul rapporto tra Bruxelles e gli Stati membri.

La politica di coesione come opportunità

Ampio spazio è stato dedicato alla politica di coesione, definita da Fitto come uno degli strumenti più importanti, ma spesso meno conosciuti, dell’azione europea. In vista della definizione del quadro finanziario pluriennale 2028-2034, il Vicepresidente della Commissione ha evidenziato la necessità di costruire un bilancio europeo capace di rispondere alle nuove sfide strategiche del continente.

In questo quadro la Commissione europea sta lavorando a una strategia che consenta una maggiore flessibilità nell’utilizzo delle risorse disponibili, adattando gli strumenti finanziari alle nuove esigenze emerse negli ultimi anni rispetto allo scenario originariamente immaginato durante la fase post-pandemica. Tra le nuove priorità individuate figurano la difesa, la gestione delle risorse idriche, le politiche per la casa, la competitività e l’energia.

Fitto ha inoltre richiamato l’attenzione sulle difficoltà che ancora oggi rallentano la capacità di trasformare rapidamente le risorse disponibili in investimenti concreti. Da qui la scelta della Commissione europea di puntare con decisione sulla semplificazione amministrativa. «Per la prima volta esiste una delega specifica alla semplificazione», ha ricordato, indicando nella riduzione della frammentazione dei programmi e nella razionalizzazione degli strumenti finanziari una delle principali direttrici di riforma.

L’esperienza del PNRR

Un capitolo significativo è stato dedicato al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Fitto ha ricordato come il PNRR rappresenti un passaggio storico per l’Unione Europea, essendo nato attraverso l’emissione di debito comune europeo. Un’esperienza che, secondo il Vicepresidente della Commissione, ha prodotto risultati significativi per l’Italia. A sostegno di questa valutazione ha richiamato le analisi di BCE, Banca d’Italia, OCSE e Fondo Monetario Internazionale, che hanno evidenziato il contributo positivo del PNRR alla crescita economica e alla modernizzazione del Paese. Questa esperienza oggi richiede un aggiornamento capace di tenere conto delle nuove condizioni economiche e geopolitiche.

Le sfide del futuro: mercato e demografia

Guardando alla prossima programmazione finanziaria europea, Fitto ha illustrato la struttura su cui si sta sviluppando il confronto per il bilancio 2028-2034. Tra i pilastri individuati figurano il programma nazionale e regionale di partenariato, destinato a semplificare e coordinare l’utilizzo delle risorse; il capitolo dedicato alla competitività, finalizzato a rafforzare il mercato interno europeo, che conta oltre 450 milioni di cittadini ma continua a presentare numerose barriere; e la dimensione esterna, attraverso il programma Global Europe, pensato per consolidare il ruolo dell’Unione nello scenario internazionale e rafforzarne la capacità competitiva nei confronti delle altre grandi aree economiche del mondo.

Un’altra grande sfida indicata da Fitto riguarda la demografia. Mentre vaste aree interne, rurali e insulari continuano a perdere popolazione, circa due terzi degli europei vivono oggi nelle aree urbane. Una trasformazione che impone nuove politiche per la mobilità, i trasporti, l’accesso ai servizi e la qualità della vita nelle città. In questo contesto il Vicepresidente della Commissione ha richiamato il ruolo strategico che i centri urbani saranno chiamati a svolgere nel prossimo ciclo di programmazione europea, anche attraverso strumenti dedicati e una maggiore attenzione alle politiche urbane integrate.

In questo contesto assume particolare rilevanza il principio del “Right to Stay”, il diritto per ogni cittadino di poter scegliere liberamente se restare a vivere nel proprio territorio senza essere costretto a trasferirsi per mancanza di opportunità. Una prospettiva che dovrà rappresentare uno degli assi portanti della futura politica di coesione europea.

Competitività e autonomia

Nel corso dell’incontro è stato affrontato anche il tema della competitività europea e della transizione ecologica e del Green Deal europeo. Pur condividendo gli obiettivi della sostenibilità ambientale, ha sottolineato la necessità di riflettere sulle modalità e sui tempi di attuazione delle politiche europee, affinché la transizione non finisca per mettere sotto pressione il sistema produttivo e industriale europeo. Una riflessione che investe più in generale il modello di governance e la capacità dell’Europa di accompagnare il cambiamento senza perdere competitività.

Nelle conclusioni Fitto ha ribadito la necessità di rafforzare la dimensione europea nell’affrontare le grandi questioni contemporanee. Dalla sicurezza energetica alla competitività industriale, fino alle sfide geopolitiche globali, l’obiettivo deve essere quello di costruire una maggiore autonomia strategica europea e superare le dipendenze che negli ultimi anni hanno mostrato tutti i loro limiti, a partire dalle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina. In questa prospettiva assumono un ruolo centrale il Mediterraneo e l’Africa, aree con cui l’Europa e l’Italia sono chiamate a costruire relazioni sempre più solide e strategiche per affrontare le trasformazioni del nuovo scenario internazionale.

Una sfida che passa attraverso una maggiore capacità decisionale, una governance più efficace e una visione comune capace di coniugare crescita, sicurezza e coesione sociale.

Chi è Raffaele Fitto

Raffaele Fitto è Vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Coesione e alle Riforme. Ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali, tra cui Presidente della Regione Puglia, Ministro della Repubblica ed eurodeputato. Dal 2022 al 2024 è stato Ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il PNRR. Oggi è tra i principali protagonisti delle politiche europee per lo sviluppo, la competitività e la coesione territoriale dell’Unione Europea.

Leggi tutte le notizie della Fondazione Roma Europea

Giampaolo Rossi: “La Rai è un asset industriale e culturale del Paese da difendere”

La Rai non è soltanto televisione. Non è solo il Festival di Sanremo, il racconto politico o il terreno quotidiano dello scontro mediatico. È soprattutto una delle più grandi infrastrutture culturali e industriali italiane, capace di raccontare il Paese a sé stesso e al mondo, sostenendo l’intera filiera dell’audiovisivo nazionale. Una realtà che dovremmo sempre difendere.

È questo il messaggio emerso dall’intervento di Giampaolo Rossi, Amministratore Delegato della Rai – Radiotelevisione Italiana, manager e figura di riferimento nel panorama del servizio pubblico italiano, intervenuto nel corso del ciclo di incontri della Fondazione Roma Europea, presso il Circolo Canottieri Aniene. Un confronto ricco di spunti, dedicato al ruolo della Rai nell’epoca della trasformazione digitale e delle nuove piattaforme.

La Rai tra racconto mediatico e realtà industriale

Secondo Rossi, la Rai vive oggi una duplice interpretazione. Da una parte c’è la narrazione pubblica legata al gossip politico, alle polemiche e alle dinamiche del dibattito mediatico. Dall’altra, invece, esiste una realtà aziendale che fuori dai confini italiani viene riconosciuta come un’eccellenza europea.

La Rai è uno dei quattro principali broadcaster pubblici europei”, ha sottolineato Rossi, ricordando come il servizio pubblico italiano operi con risorse inferiori rispetto ai competitor internazionali, anche a causa del canone più basso d’Europa, fermo a 90 euro.

Nonostante questo, la Rai continua a mantenere una struttura produttiva estremamente ampia, con numerosi canali televisivi, radiofonici e digitali, oltre a una piattaforma come RaiPlay, considerata uno dei casi studio più avanzati nel panorama del broadcasting pubblico europeo.

RaiPlay e l’innovazione digitale

Uno dei punti centrali dell’intervento ha riguardato proprio il percorso di trasformazione digitale intrapreso dall’azienda.

La Rai sta cercando di diventare una vera digital media company”, ha spiegato Rossi, parlando di un piano industriale costruito per modernizzare l’azienda, innovarne i linguaggi e renderla sempre più competitiva nello scenario contemporaneo.

In questo percorso, RaiPlay rappresenta uno degli strumenti strategici principali: una piattaforma digitale capace di integrare informazione, fiction, cinema, intrattenimento e contenuti originali, mantenendo viva la funzione pubblica del servizio radiotelevisivo.

Il ruolo della Rai nell’industria audiovisiva italiana

Per Rossi, il valore della Rai non riguarda esclusivamente l’aspetto editoriale, ma anche la sua funzione industriale ed economica.

La Rai, infatti, produce in Italia con produttori italiani, contribuendo a sostenere il cinema, la serialità, il documentario e l’intrattenimento nazionale. Da produzioni internazionali come “L’Amica Geniale” fino al ritorno di grandi progetti come “Sandokan”, il servizio pubblico continua a esportare contenuti italiani nel mondo, rafforzando il racconto culturale del Paese.

“La Rai consente all’Italia di raccontarsi, sia verso sé stessa sia all’esterno”, ha osservato Rossi, evidenziando come il servizio pubblico rappresenti ancora oggi uno dei principali motori culturali nazionali.

Lo sport e il valore democratico del servizio pubblico

Un altro tema centrale affrontato riguarda il ruolo della Rai nello sport.

Negli ultimi quattro anni il servizio pubblico ha investito oltre un miliardo di euro nei diritti sportivi e nella copertura degli eventi, mantenendo vivo un settore strategico che in molti altri Paesi europei è ormai quasi totalmente affidato ai broadcaster privati.

Questo rappresenta un elemento distintivo del modello Rai e della sua funzione democratica: garantire l’accesso universale ai grandi eventi sportivi e culturali, preservando il valore pubblico dell’informazione e dell’intrattenimento.

Il servizio pubblico tra identità, lavoro e innovazione

Nel corso del suo intervento, Rossi ha ribadito anche l’importanza del contratto di servizio che definisce gli obblighi della Rai nei confronti dei cittadini: dalla produzione di contenuti nelle lingue minoritarie alle testate regionali, fino alla diffusione culturale e informativa sul territorio nazionale.

“Per capire davvero cosa sia la Rai non bisogna guardare solo il Festival di Sanremo, ma il dietro le quinte del Festival. Bisogna guardare le centinaia di tecnici, operatori, giornalisti e professionisti che rendono possibile ogni giorno questo grande racconto collettivo del Paese”.

Una realtà produttiva, culturale e occupazionale che oggi, dopo anni complessi, torna anche a registrare un bilancio in utile, segnale di un percorso di riorganizzazione e rilancio industriale che punta a rafforzare il ruolo della Rai nel futuro dei media europei.

Chi è Giampaolo Rossi

Giampaolo Rossi è attualmente Amministratore Delegato della Rai – Radiotelevisione Italiana. Con una lunga esperienza nel settore dei media, della comunicazione e della transmedialità, ha ricoperto ruoli di vertice all’interno della Rai, di Rai Pubblicità e di Confindustria Radio Televisioni.

Nel corso della sua carriera si è occupato di innovazione dei linguaggi, formazione e comunicazione strategica, contribuendo allo sviluppo dell’offerta digitale del servizio pubblico italiano e alla trasformazione della Rai nell’era delle piattaforme e dei nuovi media.



Leggi tutte le notizie della Fondazione Roma Europea

Dollaro, energia e rischio stagflazione: i nuovi equilibri dell’economia globale

C’è qualcosa che sta cambiando nell’economia globale, e non è un semplice ciclo come tanti altri.
Negli ultimi mesi il dollaro, da sempre punto di riferimento dei mercati internazionali, ha iniziato a mostrare segnali di indebolimento. Allo stesso tempo, torna a circolare con sempre più insistenza una parola che per anni è rimasta ai margini: stagflazione.

Non si tratta di due fenomeni separati. È proprio la loro combinazione a rendere questo momento particolarmente delicato, perché mette in discussione equilibri che per anni sono stati dati per scontati.
Cesare San Mauro ne ha parlato su FinanceTV, al Podcast FinanceTV Talks – Le Voci dell’Economia.

Il dollaro non è più intoccabile

Il dollaro continua a occupare una posizione centrale nell’economia internazionale, ma il contesto attuale ne sta progressivamente mettendo in evidenza fragilità che fino a pochi anni fa risultavano meno visibili.

Le recenti tensioni geopolitiche hanno infatti mostrato come la valuta americana non reagisca più con la stessa forza automatica alle fasi di crisi, segnalando un cambiamento più profondo nella percezione del suo ruolo. Non si tratta di un crollo improvviso, ma di un processo più lento e graduale, che riguarda tanto la sua funzione economica quanto il suo valore simbolico come pilastro del sistema globale.

Stretto di Hormuz e segnali di trasformazione monetaria

La crisi legata allo Stretto di Hormuz ha rappresentato un banco di prova significativo. In passato, eventi di questa portata avrebbero rafforzato immediatamente il dollaro come valuta rifugio. Oggi, invece, la reazione appare meno lineare e meno intensa.

A questo elemento si affianca un segnale ulteriore: l’emergere di ipotesi di pagamento alternative per alcune transazioni energetiche, in particolare in yuan o in Bitcoin.

Non siamo di fronte a un superamento strutturale del sistema del petrodollaro, ma a un primo tentativo di costruire margini di autonomia rispetto a esso. Questo indica che il sistema monetario globale sta entrando in una fase di trasformazione, caratterizzata più da una progressiva diversificazione che da una sostituzione netta.

Stabilità e pressioni interne

Nonostante questi segnali, il dollaro mantiene ancora un ruolo dominante. Tuttavia, emergono tensioni anche all’interno degli Stati Uniti, soprattutto nella gestione della politica monetaria americana.

Negli ultimi mesi si è registrato un confronto tra la spinta verso una riduzione dei tassi d’interesse e un approccio più prudente, volto a contenere il rischio di un’eccessiva espansione della liquidità.
La preoccupazione principale riguarda la possibilità che una politica monetaria troppo espansiva possa alimentare una dinamica stagflazionistica: inflazione elevata in presenza di crescita debole.

Questo equilibrio delicato evidenzia come la difesa della stabilità del dollaro rimanga una priorità, anche a costo di limitare interventi più aggressivi sul piano monetario. Il dato rilevante non è tanto una perdita di centralità della valuta americana, quanto il fatto che essa appaia oggi meno inattaccabile e più esposta a fattori interni ed esterni rispetto al passato.

Yuan e Bitcoin: alternative tra strategia e incertezza

Il dibattito sulle alternative al dollaro si inserisce in questo contesto.

Lo yuan rappresenta il tentativo più strutturato di costruire un sistema monetario meno dipendente dalla valuta statunitense. Tuttavia, la strategia cinese appare prudente e graduale. Più che una sfida diretta, si configura come un percorso di consolidamento progressivo, volto a rafforzare il proprio ruolo senza esporsi eccessivamente.

Diverso è il caso del Bitcoin, che introduce una logica completamente differente. Non si tratta soltanto di una possibile alternativa tecnica, ma di uno strumento che si colloca al di fuori dei meccanismi tradizionali di controllo statale e intermediazione finanziaria. Questo lo rende potenzialmente attrattivo per chi intende sottrarsi ai vincoli del sistema monetario tradizionale, ma allo stesso tempo solleva interrogativi rilevanti in termini di regolazione, stabilità e capacità redistributiva.

L’assenza di un quadro normativo condiviso rischia infatti di amplificare le disuguaglianze e di ridurre il ruolo degli Stati nel riequilibrio economico attraverso strumenti fiscali.

Disuguaglianze e crisi del risparmio diffuso

Il tema monetario si intreccia direttamente con quello della distribuzione della ricchezza.

Negli ultimi anni si è assistito a una crescente concentrazione delle risorse economiche, accompagnata da una riduzione degli strumenti efficaci di redistribuzione. In un contesto in cui si moltiplicano i circuiti finanziari difficilmente regolabili, la capacità degli Stati di intervenire attraverso la fiscalità risulta più limitata.

Questo fenomeno è particolarmente evidente negli Stati Uniti, dove la figura del risparmiatore retail ha storicamente rappresentato una componente fondamentale del sistema finanziario. Oggi, però, emergono segnali di crescente diffidenza. Il piccolo risparmiatore percepisce i mercati come più instabili, meno trasparenti e più difficili da interpretare.

Se questa tendenza dovesse consolidarsi, le conseguenze potrebbero essere rilevanti. La perdita di fiducia nel mercato come strumento di valorizzazione del risparmio rappresenterebbe una trasformazione profonda, capace di incidere su uno dei pilastri della cultura economica americana.

Rischio stagflazione e impatti su Europa e Italia

In questo scenario, il rischio stagflazione assume un ruolo centrale.

Una combinazione tra crescita debole e inflazione persistente avrebbe effetti significativi non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa e, in modo particolare, in Italia.
Il nodo principale riguarda il tema energetico. Il ritorno dell’energia come variabile strategica evidenzia le fragilità dei sistemi economici meno autonomi.

L’Italia si trova in una posizione particolarmente esposta. La limitata disponibilità di risorse energetiche interne, l’assenza di una significativa capacità nucleare e una infrastruttura non pienamente adeguata alla gestione degli shock esterni rendono il sistema più vulnerabile.
Non si tratta soltanto del prezzo del petrolio, ma anche della disponibilità di gas, della capacità di rigassificazione e della coerenza delle scelte energetiche adottate nel tempo.

In un contesto di crescita già debole, un aumento dei costi energetici combinato con una domanda stagnante rischia di comprimere ulteriormente i margini delle imprese, aggravando le difficoltà strutturali del sistema economico italiano.

Verso un equilibrio più instabile

L’insieme di questi fattori suggerisce che la questione del dollaro non possa più essere analizzata in modo isolato. La sua centralità resta evidente, ma è sempre più intrecciata con dinamiche più ampie: la stabilità politica degli Stati Uniti, la fiducia dei mercati, l’emergere di alternative monetarie e la capacità del sistema globale di affrontare shock energetici e tensioni distributive.

La de-dollarizzazione, più che un evento improvviso, appare come un processo graduale di ridimensionamento della centralità esclusiva della valuta americana. Allo stesso tempo, il rischio stagflazione e l’aumento delle disuguaglianze indicano che la questione non è solo monetaria, ma profondamente strutturale.

Economia reale, finanza, energia e distribuzione della ricchezza stanno entrando in una fase di tensione reciproca, che rende il quadro globale più instabile e meno prevedibile. Non è il segnale di un crollo imminente, ma della crescente difficoltà di sostenere l’ordine economico esistente con gli strumenti del passato. Ed è proprio in questa difficoltà che si stanno ridefinendo i futuri equilibri dell’economia internazionale.

Leggi tutte le notizie della Fondazione Roma Europea

Monsignor Reina: “I poveri non sono un problema, ma una questione familiare”

Non una lezione, ma una riflessione che intreccia teologia, esperienza e realtà.
L’incontro con Baldassare Reina, Vicario Generale della Diocesi di Roma, promosso dalla Fondazione Roma Europea, si inserisce in quel percorso di confronto che da anni mette in dialogo istituzioni, cultura e società, provando a leggere il presente senza semplificazioni.

Al centro, una domanda che attraversa tutto il suo intervento: cosa significa oggi vivere davvero la fede dentro una società segnata da disuguaglianze, trasformazioni e nuove fragilità?

La risposta parte da un ribaltamento di prospettiva. “I poveri non sono un problema, ma una questione familiare”

Il significato della povertà

Non una formula retorica, ma una chiave interpretativa che sposta il tema della povertà dal piano sociale a quello esistenziale e comunitario. I poveri non sono un oggetto di intervento, ma parte integrante di una relazione. Non qualcosa da gestire, ma qualcuno con cui condividere un’appartenenza.

È qui che il discorso si fa più profondo. Per Reina, la questione dei poveri non è semplicemente una priorità pastorale o politica, ma una dimensione che riguarda il rapporto stesso con Dio.

La distanza tra fede dichiarata e fede vissuta

La fede, in questa prospettiva, non si misura nelle dichiarazioni, ma nella capacità di riconoscere Cristo nella realtà concreta.

“È più facile dire ‘io credo in Gesù’ che riconoscerlo nella carne dei poveri”. È una frattura, quella tra fede professata e fede vissuta, che secondo Reina indebolisce alla radice il senso stesso dell’esperienza religiosa. Una distanza che rischia di trasformare la religione in un sistema di idee, perdendo il suo legame con la vita.

Il cuore del suo intervento sta proprio qui: riportare la fede dentro la realtà. Nei volti, nelle storie, nelle fragilità.

Ma c’è un passaggio ulteriore, forse ancora più radicale: i poveri non sono solo destinatari di attenzione, ma diventano soggetti attivi, portatori di una conoscenza specifica. “I poveri sono soggetti di una specifica intelligenza”.

È una visione che ribalta una prospettiva consolidata. Non più una relazione verticale, in cui qualcuno aiuta e qualcun altro riceve, ma una relazione che si capovolge. Attraverso i poveri si comprende qualcosa di più profondo del Vangelo e, in fondo, della realtà stessa. Non sono solo oggetto di compassione, ma “maestri”, capaci di restituire uno sguardo diverso sul mondo.

Questa impostazione si inserisce dentro una lettura più ampia del tempo presente.

Povertà, economia e meritocrazia: una lettura critica del presente

Reina non si sottrae, infatti, a una riflessione sui modelli economici e sociali contemporanei. Parla di un’economia che “produce sviluppo ma non equità” , mettendo in evidenza una delle contraddizioni più evidenti delle società avanzate.

Ma è soprattutto sul tema della meritocrazia che il suo intervento assume un tono più netto. Definirla “una falsa visione” significa mettere in discussione uno dei pilastri narrativi delle società contemporanee. Non tutti partono dalle stesse condizioni, non tutti hanno le stesse possibilità, e ignorarlo significa alimentare nuove forme di disuguaglianza.

Il riferimento non è ideologico, ma concreto. È il tentativo di leggere la realtà a partire da chi resta ai margini, da chi vive condizioni di fragilità spesso invisibili. Ed è proprio sui margini che si gioca un’altra delle intuizioni più forti del suo intervento: la realtà si comprende meglio da lì.

Dai margini, dai confini, dalle periferie sociali ed esistenziali.

Il ruolo dei giovani e la responsabilità della partecipazione

È una prospettiva che si lega anche al ruolo dei giovani, presenti all’incontro non come spettatori, ma come parte attiva del confronto. Il messaggio che emerge è chiaro: non può esserci cambiamento senza partecipazione. Non può esserci futuro senza responsabilità condivisa. La costruzione di una società più giusta passa anche dalla capacità delle nuove generazioni di tradurre valori in azione, di trasformare il pensiero in pratica.

Europa e radici cristiane: tra identità e credibilità

Nella parte finale dell’incontro, il confronto si sposta su un tema particolarmente caro alla Fondazione Roma Europea: l’identità del continente. Le radici cristiane dell’Europa, spesso evocate, vengono rilette da Reina in chiave concreta.

“Se le radici le diciamo ma non le testimoniamo, c’è un problema” Non è una questione teorica o culturale, ma una questione di credibilità. Le radici non si affermano per dichiarazione, ma per testimonianza. Non basta richiamarle nei documenti o nei discorsi, se non diventano parte viva dei comportamenti, delle scelte, dei linguaggi quotidiani.

Ed è proprio su questo punto che il suo intervento trova una sintesi potente. Alla fine, più che credenti, siamo chiamati a essere credibili. “Alla fine dei nostri giorni non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili”

Una frase che chiude il discorso, ma allo stesso tempo lo riapre. Perché sposta la questione dalla teoria alla responsabilità personale, dal sistema alle scelte individuali.

“Non basta credere, serve essere credibili”: il messaggio finale

L’incontro promosso dalla Fondazione Roma Europea conferma una linea di lavoro precisa: creare spazi di confronto che non si limitino alla superficie dei temi, ma provino a entrare nella loro complessità.

In un tempo segnato da polarizzazioni e semplificazioni, la sfida è costruire letture più profonde, capaci di tenere insieme dimensione culturale, sociale e umana. La riflessione di Baldassare Reina si muove esattamente in questa direzione.

E lascia una domanda aperta, che va oltre l’incontro: quanto siamo disposti, davvero, a trasformare ciò in cui diciamo di credere in qualcosa che si veda?

Chi è Baldassare Reina

Baldassare Reina è Vicario Generale della Diocesi di Roma e rappresenta una delle figure più rilevanti della Chiesa romana.
Ordinato sacerdote nel 1995, ha maturato una lunga esperienza pastorale e teologica, fino ad assumere un ruolo centrale nella guida della diocesi. Nel suo incarico affianca il Papa nella gestione della Chiesa di Roma, con particolare attenzione ai temi sociali, alla formazione e al rapporto tra comunità e istituzioni.


Leggi tutte le notizie della Fondazione Roma Europea