Il mondo sta cambiando rapidamente. Tensioni geopolitiche, trasformazioni tecnologiche, crisi energetiche e nuovi equilibri economici stanno modificando profondamente lo scenario nel quale l’Italia e l’Europa sono chiamate a muoversi.
Cesare San Mauro ne ha parlato ad Agenti Futuri, il podcast istituzionale di ARAME che esplora il cambiamento e le trasformazioni del tessuto produttivo e dei territori attraverso conversazioni con esponenti del mondo accademico, delle imprese, delle associazioni e delle Istituzioni.
Tecnologia e liberalizzazione: un mondo più accessibile
Per comprendere la portata dei cambiamenti in corso bisogna partire dalla tecnologia. San Mauro ricorda un mondo in cui non esistevano telefonia mobile, Internet, alta velocità ferroviaria e concorrenza nel trasporto aereo. In pochi decenni, questa trasformazione ha modificato radicalmente il modo di comunicare, viaggiare e accedere ai servizi.
Uno degli effetti più significativi è stato l’aumento della concorrenza nei mercati. La liberalizzazione del trasporto aereo e delle telecomunicazioni ha reso servizi che un tempo erano riservati a pochi molto più accessibili.
Il risultato è anche una maggiore accessibilità per gli utenti e, quindi, una forma di democratizzazione dei servizi. Ma la stessa tecnologia che ha reso il mondo più connesso sta oggi diventando anche uno dei principali terreni della competizione internazionale.
Geopolitica e conflitti: verso una nuova normalità?
La seconda grande trasformazione riguarda lo scenario geopolitico.
I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente hanno avuto conseguenze che vanno ben oltre i teatri di guerra, incidendo sull’economia reale, sull’approvvigionamento energetico e sulla stabilità internazionale. Secondo San Mauro, la guerra in Ucraina potrebbe essere caratterizzata ancora a lungo da una fase di logoramento, accompagnata anche da forme di guerra ibrida, nelle quali strumenti tecnologici, cyberattacchi, droni e sabotaggi assumono un ruolo crescente.
È una trasformazione importante perché porta la sicurezza tecnologica e digitale dentro il cuore delle strategie geopolitiche.
Energia: una delle grandi questioni europee
La geopolitica si intreccia direttamente con la questione energetica. La riduzione della dipendenza europea dal gas russo ha spinto Paesi come l’Italia a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, rivolgendosi anche a Libia, Algeria e Qatar. Allo stesso tempo, la crescente domanda energetica rende complesso immaginare una transizione affidata esclusivamente alle fonti rinnovabili.
Da qui la riflessione sul nucleare. San Mauro considera la rinuncia italiana al nucleare un errore e guarda con interesse allo sviluppo dei piccoli reattori e delle nuove tecnologie, pur sottolineando che per arrivare a reattori di quarta generazione pienamente operativi saranno necessari ancora anni.
La questione energetica, dunque, è destinata a rimanere centrale per l’Italia e per l’Europa.
Più Europa per affrontare le grandi sfide
Energia, ambiente e immigrazione sono questioni che, secondo San Mauro, non possono essere affrontate efficacemente soltanto a livello nazionale.
La dimensione del mercato europeo e la crescente interdipendenza tra gli Stati rendono necessario un maggiore coordinamento. Da qui l’idea di rafforzare l’Unione Europea e di armonizzare maggiormente le politiche industriali, ambientali ed energetiche. La sfida, quindi, non è soltanto economica: è anche istituzionale e politica, perché riguarda la capacità dell’Europa di agire come sistema in un contesto globale sempre più competitivo.
Italia, Mediterraneo e patrimonio: una posizione strategica
In questo scenario, l’Italia può contare su un elemento strutturale: la sua posizione nel Mediterraneo.
Il Paese dispone di risorse energetiche limitate, ma occupa una posizione geografica strategica e possiede un patrimonio naturalistico, storico, artistico e culturale di enorme valore. Per San Mauro, questa ricchezza dovrebbe essere valorizzata attraverso un modello turistico più qualificato, capace di utilizzare anche le nuove tecnologie per far conoscere il patrimonio italiano. Non soltanto le grandi città d’arte, ma anche quei centri e quei territori meno conosciuti che custodiscono patrimoni culturali di grande rilievo.
Il turismo, però, non può essere considerato separatamente dalla qualità dei servizi e delle infrastrutture. Da qui la necessità di investire anche nell’offerta e nella capacità del Paese di competere con altre destinazioni europee.
Roma tra patrimonio, servizi e governance
Il ragionamento si sposta quindi sulla Capitale. Roma possiede un patrimonio storico, artistico e culturale straordinario, ma secondo San Mauro deve migliorare la qualità dei servizi, a partire dall’ingegneria urbana e dal trasporto pubblico locale, e aumentare la capacità di valorizzare e rendere fruibile il proprio patrimonio.
Ma la questione centrale riguarda anche la governance. Si sottolinea come Roma presenti una peculiarità rispetto ad altre grandi capitali internazionali e sostiene la necessità di un sistema di governance autonomo, arrivando a proporre la trasformazione dell’area metropolitana di Roma in una Regione.
È un tema che si collega direttamente alla capacità della Capitale di programmare infrastrutture, servizi e politiche urbane adeguate alla sua dimensione e al suo ruolo internazionale.
Il ruolo della Fondazione Roma Europea
All’interno di questo scenario si colloca anche il lavoro della Fondazione Roma Europea, di cui San Mauro è consigliere.
La Fondazione nasce con l’obiettivo di contribuire alla riflessione sui grandi temi che riguardano Roma, l’Italia e l’Europa, attraverso il confronto tra istituzioni, mondo produttivo, università e società civile.
Tra le iniziative ricordate nell’intervista c’è il confronto sul tema della sanità e delle lezioni emerse dall’emergenza Covid, con particolare attenzione alla necessità di definire un quadro nazionale per le emergenze sanitarie e di ridurre gli squilibri territoriali nell’accesso alle cure.
Ma il lavoro della Fondazione si estende anche al rapporto tra democrazia ed economia in tempo reale, interrogandosi sulla compatibilità tra i tempi necessariamente complessi dei processi democratici e la velocità di un’economia nella quale capitali e transazioni possono muoversi istantaneamente.
Quale politica industriale per l’Italia?
La capacità dell’Italia di affrontare il futuro passa anche dalla scelta delle filiere sulle quali concentrare gli investimenti.
La riflessione parte dalla difficoltà di mantenere una posizione competitiva in alcuni settori industriali tradizionali e guarda invece a comparti come informatica, innovazione tecnologica, industria aerospaziale e satellitare, nei quali l’Italia può contare su competenze e una tradizione consolidata.
L’obiettivo delineato è quello di un’Italia capace di valorizzare contemporaneamente cultura, bellezza e tecnologie avanzate. Una prospettiva nella quale il patrimonio culturale non rappresenta un’alternativa allo sviluppo industriale e tecnologico, ma può diventare parte di una strategia economica più ampia.
Ricerca, università e innovazione
In questo quadro assumono un ruolo centrale anche la ricerca e l’università. L’Italia, nella visione proposta da San Mauro, dovrebbe aumentare gli investimenti nella ricerca e rafforzare la propria capacità di attrarre e valorizzare competenze, collegando maggiormente innovazione, università e sistema produttivo.
È una condizione necessaria per costruire filiere tecnologiche capaci di competere a livello internazionale e per evitare che il Paese perda competenze strategiche proprio nei settori destinati a guidare la trasformazione dei prossimi anni.
Infrastrutture e manutenzione: la sfida meno visibile
C’è infine una questione spesso meno presente nel dibattito pubblico, ma decisiva: la manutenzione delle infrastrutture. L’esempio citato nell’intervista è quello dell’Acquedotto Pugliese, utilizzato per evidenziare il problema delle perdite nella rete idrica. La manutenzione straordinaria delle reti, delle infrastrutture e dei servizi rappresenta quindi una delle condizioni fondamentali per rendere sostenibile lo sviluppo del Paese.
Un’Italia chiamata a scegliere il proprio futuro
Dalla tecnologia alla geopolitica, dall’energia alla politica industriale, fino alla governance di Roma: i temi affrontati nella conversazione convergono su una stessa domanda. Quale ruolo vuole avere l’Italia nel mondo che sta cambiando?
La risposta passa dalla capacità di valorizzare ciò che il Paese possiede (patrimonio, competenze, posizione geografica e tradizione industriale) ma anche dalla volontà di investire in ciò che sarà decisivo domani: ricerca, tecnologia, infrastrutture, energia e capitale umano.
È proprio nel rapporto tra queste dimensioni che si giocherà una parte importante delle grandi sfide del futuro.
La fase storica attuale è segnata da una crescente fragilità dell’insieme di regole che hanno sostenuto gli equilibri internazionali negli ultimi decenni. Le tensioni geopolitiche più recenti non mettono in discussione soltanto la gestione di singoli conflitti, ma evidenziano un problema più profondo: la tenuta complessiva di un sistema fondato sul diritto internazionale, sulla mediazione multilaterale e sulla prevedibilità dei rapporti tra Stati.
Si sta affermando, con sempre maggiore evidenza, una dinamica in cui la forza, l’interesse immediato e la decisione unilaterale tendono a prevalere sulla costruzione di regole condivise. Questa trasformazione non riguarda solo la politica estera o la diplomazia, ma investe direttamente il funzionamento dell’economia globale e la qualità stessa delle democrazie contemporanee.
Il progressivo indebolimento del diritto internazionale
Uno degli aspetti più rilevanti di questa fase è il ridimensionamento del diritto internazionale come cornice vincolante dell’azione degli Stati. Le norme che avrebbero dovuto limitare l’uso arbitrario della forza e garantire procedure condivise appaiono oggi meno incisive e meno rispettate.
Questo indebolimento si manifesta non soltanto nella difficoltà delle organizzazioni internazionali a esercitare un ruolo efficace, ma anche nella crescente normalizzazione di comportamenti che in passato sarebbero stati considerati eccezionali. Il nodo centrale non riguarda solo il singolo episodio di crisi, ma il precedente che ogni violazione genera. Quando azioni unilaterali vengono tollerate senza conseguenze strutturali, si consolida l’idea che tali comportamenti possano essere replicati.
In questo passaggio si consuma una trasformazione culturale profonda: da un sistema fondato su limiti condivisi a un sistema in cui la legittimità tende a coincidere sempre più con la capacità di imporre il proprio interesse.
Democrazie sotto pressione e trasformazione della leadership
La crisi del diritto internazionale si riflette direttamente sulla qualità delle democrazie. Il tema delle regole non riguarda solo i rapporti tra Stati, ma anche il funzionamento interno degli ordinamenti. Si osserva infatti una crescente pressione sui meccanismi di equilibrio istituzionale: procedure, contrappesi e limiti al potere risultano sempre più esposti a dinamiche politiche e personalistiche.
In questo contesto emerge una distanza crescente tra forma e sostanza della democrazia. Paesi diversi tra loro mostrano una tendenza convergente verso modelli in cui la leadership si rafforza, mentre gli spazi di controllo e regolazione si riducono. Questa evoluzione produce effetti sistemici. Se le grandi potenze si allontanano da una cultura della regola, l’intero ordine internazionale perde coerenza. I principi della democrazia liberale – libertà, pluralismo, rispetto delle norme – restano formalmente richiamati, ma diventano sempre più difficili da applicare in modo uniforme e credibile.
Dall’economia reale alla centralità della finanza
Parallelamente alla crisi delle regole politiche e giuridiche, si è affermata una trasformazione significativa dell’economia globale. Il baricentro si è progressivamente spostato dall’economia produttiva a una finanziarizzazione sempre più pervasiva. Il valore degli Stati, delle imprese e delle prospettive di sviluppo viene oggi misurato in larga parte attraverso le dinamiche dei mercati finanziari, più che sulla base della capacità produttiva o industriale.
Questo cambiamento ha effetti rilevanti. In un sistema dominato dalla finanza, la volatilità tende a sostituire la stabilità, la logica speculativa prevale sulla pianificazione e il breve periodo assume un peso crescente rispetto alla costruzione di valore nel lungo termine. L’economia globale risulta così meno ancorata ai fondamentali reali e più esposta a oscillazioni determinate dall’incertezza politica, dalle aspettative e dall’assenza di una regolazione efficace.
Tecnologia e competizione globale: un nuovo fattore di squilibrio
Accanto alla finanza, la dimensione tecnologica rappresenta un ulteriore elemento di trasformazione. La capacità di innovazione scientifica e tecnologica è diventata uno dei principali fattori di riequilibrio tra le potenze. In questo scenario, la distanza tra Stati Uniti e Cina si è progressivamente ridotta, mettendo in discussione un vantaggio occidentale che per lungo tempo è stato considerato strutturale.
La tecnologia, tuttavia, si sviluppa in un contesto in cui gli strumenti di regolazione internazionale risultano sempre più deboli. Questo crea una condizione paradossale: nel momento in cui la tecnologia diventa più potente e strategica, il quadro politico e giuridico che dovrebbe governarla appare meno solido. Il risultato è un aumento degli squilibri. La competizione tecnologica non produce automaticamente maggiore ordine, ma può intensificare le tensioni sistemiche, soprattutto in assenza di regole condivise.
Verso un ordine globale più instabile
L’insieme di queste dinamiche indica chiaramente che il mondo sta attraversando una fase di transizione. Il vecchio ordine internazionale mostra segni di indebolimento, mentre un nuovo equilibrio non ha ancora assunto una forma definita. Le organizzazioni multilaterali perdono centralità, il diritto internazionale appare meno vincolante, la finanza acquisisce un ruolo dominante e la competizione tecnologica si intensifica senza un coordinamento efficace.
Il rischio principale non è soltanto l’aumento dei conflitti, ma la progressiva normalizzazione dell’assenza di regole. Quando l’eccezione diventa prassi, anche l’instabilità tende a diventare strutturale. In questo contesto, l’economia globale non agisce più come fattore di riequilibrio automatico, ma riflette e amplifica le stesse tensioni che attraversano la politica e le relazioni internazionali.
Conclusione: una trasformazione sistemica
La crisi attuale non può essere interpretata come una fase temporanea. Rappresenta piuttosto il segnale di un mutamento più profondo, in cui diritto, democrazia, finanza e tecnologia cessano di muoversi in modo coordinato. Queste dimensioni iniziano a produrre tensioni reciproche, rendendo il sistema globale più complesso, meno prevedibile e più fragile.
È all’interno di questa frattura che si stanno ridefinendo i nuovi equilibri internazionali. Non si tratta ancora di un ordine compiuto, ma di un processo in evoluzione, in cui la capacità di ricostruire regole condivise sarà decisiva per determinare la stabilità futura.
C’è qualcosa che sta cambiando nell’economia globale, e non è un semplice ciclo come tanti altri. Negli ultimi mesi il dollaro, da sempre punto di riferimento dei mercati internazionali, ha iniziato a mostrare segnali di indebolimento. Allo stesso tempo, torna a circolare con sempre più insistenza una parola che per anni è rimasta ai margini: stagflazione.
Non si tratta di due fenomeni separati. È proprio la loro combinazione a rendere questo momento particolarmente delicato, perché mette in discussione equilibri che per anni sono stati dati per scontati. Cesare San Mauro ne ha parlato su FinanceTV, al Podcast FinanceTV Talks – Le Voci dell’Economia.
Il dollaro non è più intoccabile
Il dollaro continua a occupare una posizione centrale nell’economia internazionale, ma il contesto attuale ne sta progressivamente mettendo in evidenza fragilità che fino a pochi anni fa risultavano meno visibili.
Le recenti tensioni geopolitiche hanno infatti mostrato come la valuta americana non reagisca più con la stessa forza automatica alle fasi di crisi, segnalando un cambiamento più profondo nella percezione del suo ruolo. Non si tratta di un crollo improvviso, ma di un processo più lento e graduale, che riguarda tanto la sua funzione economica quanto il suo valore simbolico come pilastro del sistema globale.
Stretto di Hormuz e segnali di trasformazione monetaria
La crisi legata allo Stretto di Hormuz ha rappresentato un banco di prova significativo. In passato, eventi di questa portata avrebbero rafforzato immediatamente il dollaro come valuta rifugio. Oggi, invece, la reazione appare meno lineare e meno intensa.
A questo elemento si affianca un segnale ulteriore: l’emergere di ipotesi di pagamento alternative per alcune transazioni energetiche, in particolare in yuan o in Bitcoin.
Non siamo di fronte a un superamento strutturale del sistema del petrodollaro, ma a un primo tentativo di costruire margini di autonomia rispetto a esso. Questo indica che il sistema monetario globale sta entrando in una fase di trasformazione, caratterizzata più da una progressiva diversificazione che da una sostituzione netta.
Stabilità e pressioni interne
Nonostante questi segnali, il dollaro mantiene ancora un ruolo dominante. Tuttavia, emergono tensioni anche all’interno degli Stati Uniti, soprattutto nella gestione della politica monetaria americana.
Negli ultimi mesi si è registrato un confronto tra la spinta verso una riduzione dei tassi d’interesse e un approccio più prudente, volto a contenere il rischio di un’eccessiva espansione della liquidità. La preoccupazione principale riguarda la possibilità che una politica monetaria troppo espansiva possa alimentare una dinamica stagflazionistica: inflazione elevata in presenza di crescita debole.
Questo equilibrio delicato evidenzia come la difesa della stabilità del dollaro rimanga una priorità, anche a costo di limitare interventi più aggressivi sul piano monetario. Il dato rilevante non è tanto una perdita di centralità della valuta americana, quanto il fatto che essa appaia oggi meno inattaccabile e più esposta a fattori interni ed esterni rispetto al passato.
Yuan e Bitcoin: alternative tra strategia e incertezza
Il dibattito sulle alternative al dollaro si inserisce in questo contesto.
Lo yuan rappresenta il tentativo più strutturato di costruire un sistema monetario meno dipendente dalla valuta statunitense. Tuttavia, la strategia cinese appare prudente e graduale. Più che una sfida diretta, si configura come un percorso di consolidamento progressivo, volto a rafforzare il proprio ruolo senza esporsi eccessivamente.
Diverso è il caso del Bitcoin, che introduce una logica completamente differente. Non si tratta soltanto di una possibile alternativa tecnica, ma di uno strumento che si colloca al di fuori dei meccanismi tradizionali di controllo statale e intermediazione finanziaria. Questo lo rende potenzialmente attrattivo per chi intende sottrarsi ai vincoli del sistema monetario tradizionale, ma allo stesso tempo solleva interrogativi rilevanti in termini di regolazione, stabilità e capacità redistributiva.
L’assenza di un quadro normativo condiviso rischia infatti di amplificare le disuguaglianze e di ridurre il ruolo degli Stati nel riequilibrio economico attraverso strumenti fiscali.
Disuguaglianze e crisi del risparmio diffuso
Il tema monetario si intreccia direttamente con quello della distribuzione della ricchezza.
Negli ultimi anni si è assistito a una crescente concentrazione delle risorse economiche, accompagnata da una riduzione degli strumenti efficaci di redistribuzione. In un contesto in cui si moltiplicano i circuiti finanziari difficilmente regolabili, la capacità degli Stati di intervenire attraverso la fiscalità risulta più limitata.
Questo fenomeno è particolarmente evidente negli Stati Uniti, dove la figura del risparmiatore retail ha storicamente rappresentato una componente fondamentale del sistema finanziario. Oggi, però, emergono segnali di crescente diffidenza. Il piccolo risparmiatore percepisce i mercati come più instabili, meno trasparenti e più difficili da interpretare.
Se questa tendenza dovesse consolidarsi, le conseguenze potrebbero essere rilevanti. La perdita di fiducia nel mercato come strumento di valorizzazione del risparmio rappresenterebbe una trasformazione profonda, capace di incidere su uno dei pilastri della cultura economica americana.
Rischio stagflazione e impatti su Europa e Italia
In questo scenario, il rischio stagflazione assume un ruolo centrale.
Una combinazione tra crescita debole e inflazione persistente avrebbe effetti significativi non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa e, in modo particolare, in Italia. Il nodo principale riguarda il tema energetico. Il ritorno dell’energia come variabile strategica evidenzia le fragilità dei sistemi economici meno autonomi.
L’Italia si trova in una posizione particolarmente esposta. La limitata disponibilità di risorse energetiche interne, l’assenza di una significativa capacità nucleare e una infrastruttura non pienamente adeguata alla gestione degli shock esterni rendono il sistema più vulnerabile. Non si tratta soltanto del prezzo del petrolio, ma anche della disponibilità di gas, della capacità di rigassificazione e della coerenza delle scelte energetiche adottate nel tempo.
In un contesto di crescita già debole, un aumento dei costi energetici combinato con una domanda stagnante rischia di comprimere ulteriormente i margini delle imprese, aggravando le difficoltà strutturali del sistema economico italiano.
Verso un equilibrio più instabile
L’insieme di questi fattori suggerisce che la questione del dollaro non possa più essere analizzata in modo isolato. La sua centralità resta evidente, ma è sempre più intrecciata con dinamiche più ampie: la stabilità politica degli Stati Uniti, la fiducia dei mercati, l’emergere di alternative monetarie e la capacità del sistema globale di affrontare shock energetici e tensioni distributive.
La de-dollarizzazione, più che un evento improvviso, appare come un processo graduale di ridimensionamento della centralità esclusiva della valuta americana. Allo stesso tempo, il rischio stagflazione e l’aumento delle disuguaglianze indicano che la questione non è solo monetaria, ma profondamente strutturale.
Economia reale, finanza, energia e distribuzione della ricchezza stanno entrando in una fase di tensione reciproca, che rende il quadro globale più instabile e meno prevedibile. Non è il segnale di un crollo imminente, ma della crescente difficoltà di sostenere l’ordine economico esistente con gli strumenti del passato. Ed è proprio in questa difficoltà che si stanno ridefinendo i futuri equilibri dell’economia internazionale.
Cosa succederà nel Medio Oriente? Quali evoluzioni possiamo aspettarci dal conflitto tra Stati Uniti e Iran? E quali saranno le conseguenze per l’Unione Europea?
Domande complesse, rese ancora più urgenti dall’avvicinarsi della scadenza dell’ultimatum lanciato da Donald Trump a Teheran.
Per approfondire questi scenari, la Fondazione Roma Europea ha organizzato una videoconferenza straordinaria con Riccardo Sessa, già Ambasciatore italiano in Iran e Presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI).
Un conflitto imprevedibile in un mondo sempre più instabile
Uno degli elementi più critici emersi durante l’incontro è l’imprevedibilità della leadership statunitense.
Secondo Sessa, siamo di fronte a una fase storica in cui i tradizionali strumenti della diplomazia appaiono indeboliti, mentre decisioni strategiche vengono spesso prese in modo unilaterale e senza un confronto strutturato. Un quadro che rende estremamente difficile prevedere le prossime mosse: “Non mi azzardo a immaginare cosa Trump possa fare nelle prossime ore”
Questa incertezza rappresenta uno dei principali fattori di rischio per la stabilità globale.
Guerra ibrida e nuovi equilibri militari
Il conflitto in corso si inserisce in un contesto di guerra ibrida, dove le modalità tradizionali di combattimento si intrecciano con tecnologie avanzate e nuove strategie operative. Droni, attacchi mirati e operazioni indirette stanno ridefinendo il concetto stesso di guerra, rendendo i confini tra conflitto aperto e tensione permanente sempre più sfumati.
Allo stesso tempo, il Medio Oriente resta un’area in cui le tensioni sono stratificate e interconnesse, dalla crisi di Gaza fino ai rapporti tra Iran, Israele e Stati Uniti.
Il rischio escalation: tra minacce e contenimento
Uno dei punti più rilevanti riguarda il delicato equilibrio tra escalation e contenimento.
Nonostante le dichiarazioni aggressive e le operazioni militari, secondo Sessa entrambe le parti sembrano muoversi con una certa cautela, evitando almeno finora, di superare soglie che potrebbero portare a un conflitto su larga scala.
Tuttavia, il rischio di errore resta altissimo. Particolarmente delicata è la questione del cosiddetto “regime change”, spesso evocata ma difficilmente realizzabile senza un intervento diretto sul campo: “Il regime change non è mai avvenuto con soli bombardamenti”.
Un eventuale tentativo in questa direzione potrebbe destabilizzare ulteriormente l’intera regione.
Iran: un attore complesso e spesso frainteso
Un altro elemento chiave riguarda la percezione dell’Iran. Secondo l’analisi emersa durante la conferenza, esiste una forte distanza tra la narrazione dominante e la realtà interna del Paese. L’Iran non è un blocco monolitico, ma un sistema complesso, in cui convivono spinte diverse, anche verso il dialogo internazionale.
Allo stesso tempo, però, il ruolo dei Pasdaran, una struttura militare e politica estremamente potente, rappresenta un fattore determinante negli equilibri interni e nelle dinamiche del conflitto.
Europa: spettatrice o protagonista?
Uno degli aspetti più critici riguarda il ruolo dell’Europa. Il rischio è quello di una marginalizzazione progressiva, in un contesto in cui le decisioni strategiche vengono prese altrove.
Eppure, le conseguenze del conflitto riguardano direttamente il continente europeo:
instabilità energetica
flussi migratori
sicurezza internazionale
impatti economici
Come sottolineato durante l’incontro: “Anche noi europei siamo in guerra, anche se non lo vogliamo riconoscere”. Una riflessione che invita a superare una visione passiva e a interrogarsi sul ruolo dell’Unione Europea nello scenario globale.
Tra diplomazia e incertezza: quale futuro?
Il quadro che emerge è quello di un sistema internazionale in forte trasformazione, dove le regole consolidate appaiono sempre più fragili. L’unico scenario auspicabile resta quello del negoziato, anche se, realisticamente, nel breve periodo si può parlare al massimo di tregua e non di una pace duratura.
Nel frattempo, il conflitto continua a produrre effetti profondi: distruzione di infrastrutture, crisi economiche regionali, ridefinizione delle alleanze, tensioni globali.
Conclusioni
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran rappresenta uno dei nodi più critici della geopolitica contemporanea. Comprenderne le dinamiche significa non solo analizzare il Medio Oriente, ma interrogarsi sul futuro dell’equilibrio internazionale e sul ruolo dell’Europa in un mondo sempre più instabile.
In questo contesto, momenti di confronto e approfondimento come quello promosso dalla Fondazione Roma Europea diventano fondamentali per costruire consapevolezza e capacità di lettura della complessità globale.
Martedì 20 gennaio è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge 5 gennaio 2026, nella quale è contenuta una norma che modifica il golden power.
Il governo, cercando con ciò di evitare la procedura di infrazione aperta dalla Commissione Europea per l’esercizio del golden power sull’ops di Unicredit su Banco Bpm, ha significativamente modificato il regime giuridico del golden power.
Prescindendo per un attimo dall’insana abitudine di inserire in sede di conversione di decreto legge aventi un diverso oggetto (nella fattispecie il decreto legge riguardava misure urgenti in materia di energia da fonti rinnovabili), mi sembra necessario richiamare l’attenzione del lettore sull’articolo 2 bis del decreto legge ed in particolare sui comma 4 e 6 bis, laddove il governo si ritrae dalla sua possibilità di esercitare il golden power, posponendolo alla pregressa valutazione delle autorità europee competenti, prevedendo quindi che la sua facoltà di esercizio possa avvenire solo dopo una valutazione di carattere prudenziale e concorrenziale esercitato dalle competenti autorità di Bruxelles, che sono – vale la pena rammentarlo – la Banca Centrale Europea e la Commissione Europea.
Si tratta di una norma estremamente importante, con la quale il governo nazionale, di fatto, sottopone l’eventuale esercizio dei poteri speciali ad una valutazione tecnica e discrezionale esercitata dall’Unione europea. Tale nuova disciplina troverà applicazione per tutti gli investimenti di capitali provenienti dell’Unione Europea, come parte della dottrina aveva sostenuto (su ciò rimando a quanto da me sostenuto su MF-Milano Finanza il 29 luglio 2025) e come lapidariamente previsto dal Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea che dispone la libera circolazione delle persone, merci e capitali all’interno dell’Unione stessa.
Tale modifica inciderà anche sull’uso invalso nelle aziende dei settori creditizio e assicurativo di notificare al Mef ogni tipo di acquisizione, addirittura nelle operazioni di m&a infogruppo.
La norma in oggetto, però, non risolve in modo completo la disputa sui limiti dell’esercizio del golden power, in quanto limita il suo raggio di intervento alle sole aziende bancarie e assicurative, settori ai quali i poteri speciali furono esteri nel periodo del Covid.
Non risolve in modo completo in quanto non garantisce che anche per i settori industriali, infrastrutturali e tecnologici, la valutazione europea sulla contendibilità e la concorrenza dei mercati debba precedere la determinazione nazionale.
È quindi auspicabile che lo stesso principio venga esteso a tutti i settori merceologici e ciò in un grado di rafforzata supremazia degli organismi euro unitari rispetto a quelli nazionali, oggi sempre più necessaria alla luce dei nuovi scenari geopolitici internazionali.
Cesare San Mauro, professore Diritto dell’Economia Università La Sapienza – Roma
Riflessioni di: Luca Antonini, Mario Baldassarri, Leonardo Becchetti, Stefano Ceccanti, Massimo D’Alema, Giuseppe De Rita, Giovanni Di Bartolomeo, Claudia Mancina, Stefano Petrucciani, Giovanni Tria.
Modera Cesare San Mauro.
Registrazione video del dibattito dal titolo “Democrazia ed economia: strade divergenti?”, registrato a Roma lunedì 24 novembre 2025 alle 18:20.
Sono intervenuti: Cesare San Mauro (professore di Diritto dell’Economia presso l’Università Sapienza), Luca Antonini (giudice della Corte Costituziionale), Mario Baldassarri (economista, presidente del Centro Studi Economia Reale), Leonardo Becchetti (professore ordinario di Economia Politica all’Università degli studi di Roma Tor Vergata), Stefano Ceccanti (professore ordinario di Diritto costituzionale italiano e comparato alla Sapienza Università di Roma), Massimo D’Alema (presidente della Fondazione Italianieuropei), Giuseppe De Rita (presidente del CENSIS), Giovanni Di Bartolomeo (preside della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi La Sapienza di Roma), Claudia Mancina (docente di Etica nel Dipartimento di Filosofia dell’Università di Roma Sapienza), Stefano Petrucciani (ordinario di Filosofia Politica nell’Università di Roma “La Sapienza”), Giovanni Tria (professore ordinario di Economia Politica all’Università degli Studi Tor Vergata di Roma).
Tra gli argomenti discussi: Democrazia, Economia.
La registrazione video di questo dibatto ha una durata di 1 ora e 57 minuti.
Il contenuto è disponibile anche nella sola versione audio.
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