Deglobalizzazione, intelligenza artificiale, acqua, energia, materie prime critiche, spazio e cybersecurity. Un’analisi dello scenario internazionale e delle opportunità strategiche per l’Italia nell’intervento di Luca Dal Fabbro al ciclo di incontri della Fondazione Roma Europea.
Quali sono le grandi trasformazioni che stanno ridisegnando gli equilibri mondiali? E quale ruolo può giocare l’Italia in uno scenario internazionale sempre più caratterizzato da competizione geopolitica, innovazione tecnologica, crisi delle risorse e nuove forme di conflitto?
Sono alcune delle domande al centro dell’intervento di Luca Dal Fabbro, Presidente di Iren e di Utilitalia, ospite dell’ultimo appuntamento del ciclo di incontri promosso dalla Fondazione Roma Europea, presso il Circolo Magistrati della Corte dei Conti di Roma. Un appuntamento che ha offerto una lettura ampia e articolata delle trasformazioni in corso, mettendo in relazione geopolitica, energia, tecnologia, acqua, materie prime e sicurezza.
Tre grandi transizioni stanno cambiando il mondo
Secondo Dal Fabbro, il contesto attuale è attraversato da tre grandi transizioni: la deglobalizzazione, la transizione digitale e quella ecologica.
La prima riguarda la progressiva trasformazione della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta. Nuovi gruppi di Paesi competono, stringono alleanze e cercano di consolidare il controllo di risorse, mercati e infrastrutture strategiche.
La seconda è la transizione digitale, dominata dall’intelligenza artificiale e destinata a essere ulteriormente trasformata dall’arrivo del quantum computing.
La terza è la transizione ecologica legata al cambiamento climatico, nella quale, secondo Dal Fabbro, l’acqua è destinata a diventare un elemento di crisi ancora più rilevante dell’aria.
È una lettura che riprende anche i temi al centro del suo libro Proteggere il futuro, dedicato proprio alle interconnessioni tra deglobalizzazione, digitalizzazione e transizione energetica e ambientale.
Hormuz e Bab el-Mandeb: il valore strategico delle rotte
In questo scenario assumono un’importanza centrale i cosiddetti choke point, i punti di passaggio obbligati attraverso i quali transitano grandi quantità di energia e merci.
Tra questi c’è lo Stretto di Hormuz, fondamentale per i flussi energetici internazionali. Ma, secondo Dal Fabbro, per l’Italia c’è un altro passaggio ancora più delicato: Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e che rappresenta una delle principali vie di collegamento commerciale tra Mediterraneo e Asia. «Bab el-Mandeb è un punto ancora più importante per l’Italia rispetto a Hormuz», ha sottolineato Dal Fabbro.
La sua analisi ha evidenziato come la sicurezza delle rotte commerciali non riguardi soltanto le grandi potenze militari, ma direttamente Paesi fortemente esportatori come l’Italia. Tra le infrastrutture strategiche citate c’è anche l’oleodotto East-West, che attraversa l’Arabia Saudita e rappresenta una delle alternative alle rotte attraverso Hormuz.
Stati Uniti, Cina e il nuovo equilibrio geopolitico
Al centro dello scenario internazionale c’è, nella lettura proposta da Dal Fabbro, la competizione tra Stati Uniti e Cina.
Cina e India rappresentano infatti due dei principali punti verso cui si sta spostando il baricentro della crescita mondiale. Allo stesso tempo, secondo Dal Fabbro, gli Stati Uniti starebbero oggi recuperando terreno nella competizione strategica con Pechino. Come? Tagliando i più importanti rifornimenti per la Cina.
Nel suo intervento ha richiamato, ad esempio, la situazione del Venezuela, sostenendo che l’azione statunitense contro Maduro avrebbe avuto tra gli obiettivi il controllo di risorse petrolifere, «il più grande bacino di olio», e di materie prime critiche. Un passaggio particolarmente diretto della sua analisi è stato: «E dove prende il gas la Cina? In Iran. E dove sono andati gli americani?» È, nella sua lettura, un esempio di come energia, materie prime e geopolitica siano ormai strettamente intrecciate.
Tra i possibili futuri punti di tensione Dal Fabbro ha indicato anche l’area di Sumatra, tra Indonesia e Singapore, strategica per i collegamenti tra Oriente e Occidente. In questo quadro l’Europa rischia di avere un ruolo da comprimario, mentre Stati Uniti e Cina si contendono una parte crescente della partita globale.
Sessanta guerre e un mondo da riorganizzare
La situazione internazionale è resa ancora più complessa dalla presenza di numerosi conflitti. Dal Fabbro ha richiamato il dato di circa 60 guerre oggi attive nel mondo, leggendo molte di esse all’interno di un più ampio processo di ridefinizione degli equilibri internazionali.
Il riferimento storico è alla fine dell’ordine costruito dopo Yalta: quando viene meno un equilibrio tra grandi potenze, aumenta il rischio di conflitti e instabilità.
Per esercitare una posizione di forza non bastano, però, gli eserciti tradizionali. Servono energia, acqua e materie prime. Anche i sistemi militari più avanzati dipendono infatti dalle cosiddette terre rare e da materiali strategici. Dal Fabbro ha richiamato, a questo proposito, anche il ruolo del Congo e delle sue risorse, utilizzate in filiere tecnologiche avanzate.
L’intelligenza artificiale e il problema della sovranità tecnologica
Uno dei passaggi centrali dell’intervento ha riguardato l’intelligenza artificiale. Secondo Dal Fabbro, l’Europa avrebbe già accumulato un ritardo significativo nella corsa all’AI e l’Italia dovrebbe affrontare il problema della propria autonomia strategica digitale.
Il tema non riguarda soltanto lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale, ma soprattutto l’infrastruttura sulla quale questi modelli vengono eseguiti: i data center e la capacità computazionale. La questione posta da Dal Fabbro è semplice: cosa accade quando dati strategici e industriali italiani vengono elaborati attraverso infrastrutture controllate da soggetti stranieri?
L’esempio portato è quello di un’azienda come Ferrari che utilizzasse sistemi di AI esterni per sviluppare un nuovo modello automobilistico: parte delle informazioni necessarie al processo potrebbe transitare attraverso infrastrutture non italiane.
La sovranità digitale diventa quindi anche una questione di sicurezza industriale e protezione del know-how. Per Dal Fabbro, la possibilità di recuperare terreno sull’intelligenza artificiale passa anche dalla costruzione di data center sovrani, capaci di garantire controllo nazionale sulla capacità computazionale e sui dati.
Il quantum computing: perché sarà strategico
Se sull’intelligenza artificiale il ritardo italiano ed europeo rappresenta, secondo Dal Fabbro, un problema, sul quantum computing il quadro può essere diverso. Un computer quantistico non è semplicemente un computer tradizionale più veloce. Utilizza i principi della meccanica quantistica per elaborare determinate classi di problemi secondo modalità differenti rispetto ai computer classici.
La velocità e le caratteristiche del calcolo quantistico possono avere applicazioni strategiche in ambiti come ricerca scientifica, ottimizzazione e soprattutto sicurezza informatica. Da qui il riferimento alla crittografia quantistica, che utilizza proprietà della fisica quantistica per proteggere le comunicazioni e può rendere rilevabile un tentativo di intercettazione. È un settore che viene considerato strategico anche a livello internazionale per prepararsi alle future capacità dei computer quantistici.
Nel corso dell’incontro Dal Fabbro ha richiamato anche il progetto Eureka, indicandolo come una delle realtà di rilievo nel panorama del calcolo quantistico.
La partita tecnologica, tuttavia, ha un costo molto concreto: energia e acqua. Anche le infrastrutture digitali più avanzate hanno infatti bisogno di enormi quantità di energia e di sistemi di raffreddamento.
Acqua: la risorsa strategica del futuro
È proprio l’acqua uno dei temi sui quali Dal Fabbro ha concentrato maggiormente l’attenzione. L’Italia, ha sottolineato, è un Paese nel quale piove molto rispetto ad altre aree europee. Eppure manca una politica sufficientemente strutturata di raccolta, conservazione e gestione della risorsa.
Un esempio riguarda la realizzazione di un bacino idrico che, secondo quanto raccontato durante l’incontro, è bloccata da anni anche per ostacoli di carattere burocratico. Da qui una domanda volutamente provocatoria: «Vogliamo l’acqua o seguire la regola perfetta?»
Il problema assume un peso ancora maggiore considerando che l’Italia è una delle principali potenze agroalimentari europee e che l’agricoltura necessita di grandi quantità d’acqua. Dal Fabbro ha citato il riso, la Puglia, dove il cuneo salino rappresenta una crescente criticità, e la Pianura Padana, dove in futuro potrebbe diventare necessario ricorrere sempre di più alla desalinizzazione.
La questione, quindi, non è soltanto ambientale: riguarda la sicurezza dell’approvvigionamento, la produzione alimentare e la competitività del Paese.
Dall’acqua che manca all’acqua che distrugge
Il paradosso italiano è che, nello stesso momento, alcune città possono soffrire per la scarsità d’acqua e altre essere colpite da fenomeni di allagamento. È stato richiamato, in particolare, il caso di Ravenna, come esempio della necessità di una politica nazionale di raccolta e contenimento delle acque.
Il tema riguarda anche le infrastrutture esistenti. Le reti fognarie di Milano, secondo quanto evidenziato nell’intervento, presentano criticità importanti, mentre quelle di Roma stanno progressivamente invecchiando.
La strategia dovrebbe quindi essere duplice: raccogliere l’acqua quando è disponibile e intervenire sulle perdite e sulle infrastrutture obsolete. Lo stesso ragionamento riguarda la depurazione. Dal Fabbro ha richiamato diversi territori, tra cui Chiavari e Lavagna e la Calabria, sottolineando la necessità di investire nella realizzazione e nell’ammodernamento degli impianti. Una questione che si scontra spesso con la difficoltà di accettare nuovi impianti vicino alle abitazioni. Ma, nella sua provocazione, il problema resta quello di scegliere tra infrastrutture necessarie e conseguenze del loro mancato sviluppo.
Materie prime critiche: la nuova partita industriale
Energia e acqua non sono però le uniche risorse strategiche. Un’altra partita fondamentale riguarda le materie prime critiche e le terre rare, indispensabili per numerose tecnologie contemporanee.
Secondo Dal Fabbro, l’Unione europea dovrebbe dotarsi di una vera politica comune in questo settore. La Cina occupa infatti una posizione centrale nelle catene globali di estrazione e soprattutto di raffinazione delle terre rare. Il controllo di queste filiere significa avere un’influenza diretta sulla capacità industriale e tecnologica degli altri Paesi. Per questo, la sicurezza delle materie prime dovrebbe diventare una componente dell’autonomia strategica europea.
La nuova frontiera è lo spazio
Un’altra infrastruttura ormai decisiva è quella spaziale. C’era un accordo tra le più grandi potenze sul fatto che lo spazio non potesse essere militarizzato. Poco fa, gli Stati Uniti hanno annunciato che, in realtà, hanno posizionato delle armi nello spazio. Non solo: lo spazio dovrebbe essere regolato, anche considerando il sovraccarico di satelliti in orbita. Perché questo sta avvenendo?
I satelliti sono diventati fondamentali non soltanto per le telecomunicazioni e l’economia, ma anche per la sicurezza e la difesa.
La guerra in Ucraina ha mostrato concretamente quanto le tecnologie satellitari possano essere decisive per le comunicazioni e per l’individuazione degli obiettivi, anche grazie a Starlink.
Ma lo spazio è anche una piattaforma per controllare infrastrutture, rotte, ponti, flussi di merci e comunicazioni.
Secondo Dal Fabbro, l’Italia possiede competenze e capacità industriali che possono consentirle di giocare una partita importante nel settore. È una partita che potremmo co-vincere e il governo, infatti, sta investendo molto. Il problema, ancora una volta, è la massa critica degli investimenti. Gli Stati Uniti e la Cina possono contare su capacità finanziarie molto superiori. Per questo, secondo Dal Fabbro, l’Europa deve imparare a mettere insieme le proprie risorse.
Una delle questioni centrali riguarda anche i lanciatori satellitari, un settore nel quale una strategia europea comune può fare la differenza.
Cybersecurity: la guerra che non si vede
Se la guerra tradizionale si combatteva con carri armati e missili, oggi una parte crescente dei conflitti passa attraverso il cyberspazio. Un porto, una centrale elettrica, una rete di trasporto o un’infrastruttura strategica possono essere paralizzati anche senza un attacco militare convenzionale.
Dal Fabbro ha ricordato come l’Italia sia tra i Paesi più esposti agli attacchi informatici e come, per anni, la dottrina nazionale sia stata prevalentemente difensiva. Oggi il paradigma sarebbe cambiato: l’Italia può adottare una postura più proattiva, nella quale un attacco può essere contrastato anche attraverso azioni volte a identificare, contenere e neutralizzare la minaccia.
Gli attacchi arrivano da soggetti diversi: governi contro governi, criminalità organizzata, gruppi che chiedono riscatti e gruppi mossi da motivazioni ideologiche. La sicurezza cibernetica diventa quindi una componente della sicurezza nazionale.
La nostra vita sempre più connessa
La questione riguarda però anche la vita quotidiana. Telecamere domestiche, smartphone, sensori, smartwatch, anelli intelligenti e altri dispositivi producono continuamente dati. Più aumenta l’interconnessione, maggiore diventa la necessità di proteggere queste informazioni.
Per Dal Fabbro, anche in questo campo l’autonomia strategica diventa essenziale: non si può pensare di delegare completamente la sicurezza digitale a infrastrutture e servizi controllati da altri Paesi.
Nel suo intervento ha citato, come esempi, strumenti e società straniere utilizzati nella cybersecurity, richiamando la necessità di valutare con attenzione la provenienza delle tecnologie dalle quali dipendono infrastrutture strategiche.
Il Mediterraneo e i cavi sottomarini: l’Italia al centro
Ed è proprio qui che emerge una delle possibili grandi opportunità italiane. Il nostro Paese si trova in una posizione strategica per quanto riguarda la rete dei cavi sottomarini che collegano Europa, Africa, Medio Oriente e Asia. Molti dei flussi di dati che arrivano dal Mediterraneo passano attraverso l’area italiana. Anche Israele è collegato alla rete globale attraverso infrastrutture che arrivano in Sicilia. E i cavi provenienti dall’area di Bab el-Mandeb raggiungono il Mediterraneo proprio attraverso questa direttrice.
Questo rende la Sicilia e il Mediterraneo centrale particolarmente importanti anche sotto il profilo della sicurezza. Oggi c’è allerta per i droni sottomarini russi nel Mediterraneo, interessati ai cavi e ai dati. Ecco allora che la Sicilia ha un potenziale rischio di conflitto nei prossimi anni sul tema digitale. Ecco perché stiamo costruendo nuovi sommergibili: controllare i mari è fondamentale.
Il controllo e la protezione dei cavi sottomarini diventano quindi una questione strategica e contribuiscono a spiegare l’importanza crescente delle capacità subacquee italiane. Secondo Dal Fabbro, l’Italia potrebbe trasformare questa posizione geografica e industriale in un’opportunità per attrarre investimenti. «Abbiamo il più grande costruttore di cavi al mondo. Pensate se si mettesse in sinergia col secondo produttore al mondo, che è francese».
Ma serve una visione industriale di lungo periodo. E qui arriva una delle sue espressioni più nette: «Ci mancano gli Enrico Mattei, gli industriali pesanti che fanno strategie così».
Niger, Francia e Italia: un esempio di mancata strategia europea
Un altro esempio portato durante l’incontro è quello del Niger. La progressiva uscita della Francia dal Paese ha avuto conseguenze anche sul controllo delle risorse strategiche. Dal Fabbro ha richiamato il caso delle miniere di uranio lasciate dai francesi e oggi inserite, secondo la sua ricostruzione, in una sfera d’influenza russa. In quello stesso contesto, l’Italia era impegnata sul fronte del controllo dei flussi migratori.
Il punto sollevato è soprattutto politico-strategico: cosa sarebbe accaduto se Francia e Italia avessero costruito una strategia comune nel momento in cui si stavano ridefinendo gli equilibri nella regione? Per Dal Fabbro, il caso del Niger è emblematico della necessità per l’Europa di iniziare a lavorare maggiormente insieme sulle questioni energetiche, industriali e geopolitiche.
Tre scenari possibili per il futuro
Nella parte conclusiva dell’intervento, Dal Fabbro ha delineato tre possibili scenari.
Il primo è quello di una frammentazione gestita, con una progressiva stabilizzazione delle principali crisi, la riapertura di Hormuz e una crescita economica intorno al 2%.
Il secondo è quello di una escalation prolungata, nella quale l’eventuale destabilizzazione di Bab el-Mandeb potrebbe produrre un nuovo shock energetico, inflazione, recessione e possibili razionamenti dell’energia.
Il terzo è quello della normalizzazione negoziata, caratterizzata da un accordo stabile su Hormuz e da una tregua in Ucraina.
Gli americani guadagnano molto da Hormuz, insieme a inglesi, russi, norvegesi e cinesi. Per cui, se rimane un po’ così, va bene. Chi si gioca il futuro è Germania e Italia. I tedeschi, colpiti nell’automotive dalla Cina, cercano di convertirlo nel militare… ma la guerra non si combatte più con i Leopard. La guerra si fa con la cyber e due hacker che bloccano un porto, una centrale elettrica.
In questo terzo scenario, secondo la lettura proposta da Dal Fabbro, l’Italia potrebbe trovarsi in una posizione particolarmente favorevole: un Paese esportatore, con una bassa inflazione, una relativa stabilità sociale e una forte capacità industriale.
Nei primi due scenari, al contrario, aumenterebbero secondo Dal Fabbro le fragilità economiche e sociali e potrebbe crescere anche la pressione sui partiti politici tradizionali.
Debito americano e instabilità economica
A complicare ulteriormente il quadro c’è la situazione finanziaria degli Stati Uniti. Dal Fabbro ha richiamato l’elevato indebitamento americano e la crescita del costo necessario per finanziare il debito, inserendo questi elementi nel più ampio scenario di inflazione e volatilità dell’economia mondiale. Anche per questo, secondo la sua analisi, la questione del rapporto tra Stati Uniti e Cina non può essere considerata soltanto militare o commerciale: riguarda anche finanza, energia, tecnologia e controllo delle risorse. Il tema, ha ricordato, è già oggetto di confronto diretto tra le due potenze.
Instabilità, tecnologia e democrazia
Un’altra conseguenza delle trasformazioni in corso riguarda la politica. L’incertezza economica e sociale può creare terreno favorevole alla crescita dei movimenti politici più radicali. Dal Fabbro ha citato il caso dell’AfD in Germania come esempio di questa dinamica, sottolineando come fenomeni analoghi possano verificarsi anche in altri Paesi.
A questo si aggiunge il ruolo dell’intelligenza artificiale e dei social network. La possibilità di raccogliere dati, profilare gruppi di elettori e costruire messaggi estremamente mirati modifica infatti anche il rapporto tra comunicazione politica e consenso.
La tecnologia diventa così parte integrante della nuova competizione geopolitica, economica e democratica.
E l’Italia?
Alla fine dell’analisi ritorna la domanda centrale: quale ruolo può giocare l’Italia? Per Dal Fabbro, le vulnerabilità italiane convivono con importanti punti di forza.
L’Italia dispone di una forte base manifatturiera, di una grande capacità esportatrice e di un tessuto di piccole e medie imprese capace di operare sui mercati internazionali. Ha una posizione geografica strategica nel Mediterraneo, competenze industriali nei settori dell’energia, dello spazio, delle infrastrutture e dei cavi sottomarini e può contare su una significativa capacità agroalimentare.
Ma, per trasformare questi elementi in un vero vantaggio strategico, serve una maggiore capacità di pianificazione e cooperazione europea. Energia, acqua, materie prime, infrastrutture digitali, spazio e cybersecurity non possono più essere considerati settori separati: sono pezzi della stessa partita.
E proprio per questo, secondo Dal Fabbro, l’Italia deve costruire la propria autonomia strategica senza isolarsi, ma rafforzando le alleanze e la capacità di agire insieme agli altri Paesi europei. La conclusione è affidata a una frase che sintetizza bene il suo punto di vista: «Se c’è un Paese che ce la fa sempre è l’Italia».
Un Paese abituato a convivere con periodi di alta inflazione, capace di mantenere una certa stabilità e dotato di un sistema di PMI fortemente orientato all’esportazione. Una resilienza che, nella lettura proposta da Dal Fabbro, potrebbe rappresentare una delle principali risorse italiane per affrontare le trasformazioni dei prossimi anni.
Chi è Luca Dal Fabbro
Luca Dal Fabbro è un ingegnere chimico e manager italiano con una lunga esperienza internazionale nei settori industriale, energetico, finanziario e della sostenibilità. È Presidente di Iren, multiutility quotata alla Borsa di Milano attiva nei settori dell’energia, del gas, dell’efficientamento energetico, dell’acqua e dei servizi ambientali, e dal 2025 è Presidente di Utilitalia. È inoltre Presidente dell’ESG European Institute, Vicepresidente del Circular Economy Network e Adjunct Professor alla LUISS.
Nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi di vertice come Amministratore Delegato di Enel Energia e E.ON Italia, Presidente di Snam, Presidente Esecutivo di Renovit e componente del Consiglio di Amministrazione di Terna. Ha inoltre maturato esperienze internazionali e accademiche, dopo la laurea in Ingegneria Chimica alla Sapienza, un master in Politica Internazionale presso l’Université Libre de Bruxelles e un percorso di Advanced Management al MIT Sloan School of Management.
Leggi tutte le notizie della Fondazione Roma Europea



