Maurizio Lupi: “La politica deve tornare a dare risposte e a costruire il bene comune”

La politica, il rapporto con la società civile, la responsabilità delle istituzioni e la necessità di ricostruire un legame di fiducia con i cittadini. Sono questi alcuni dei temi al centro dell’incontro con Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati ed ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ospite della Fondazione Roma Europea presso il Circolo Magistrati della Corte dei Conti di Roma.

Nel corso dell’incontro, Lupi ha ripercorso le principali tappe della propria esperienza amministrativa e parlamentare, dagli anni della crisi della Democrazia Cristiana e di Tangentopoli fino alle trasformazioni del sistema politico contemporaneo. Un percorso che gli ha consentito di affrontare questioni ancora attuali: il rapporto tra valori e capacità di governo, il ruolo della sussidiarietà, le nuove forme di disagio sociale, la sicurezza, la casa, la politica estera e le sfide poste dall’intelligenza artificiale.

Dalla crisi della Democrazia Cristiana al ricambio generazionale

Lupi ha fatto risalire l’inizio del proprio impegno politico al 1993, quando venne eletto consigliere comunale a Milano nelle file della Democrazia Cristiana. Erano gli anni di Tangentopoli, una fase che investì profondamente il sistema politico italiano e contribuì a ridisegnare gli equilibri tra partiti, istituzioni e società.

Nel suo racconto, un passaggio decisivo fu la scelta della DC di non ricandidare i dirigenti delle precedenti generazioni, aprendo così uno spazio per nuovi protagonisti. «Sono stato l’ultimo degli eletti della DC», ha ricordato Lupi, descrivendo una fase in cui anche i più giovani furono chiamati ad assumersi responsabilità pubbliche in un contesto di profonda trasformazione.

Nel 1997 venne nominato assessore allo Sviluppo del territorio, all’Edilizia privata e all’Arredo urbano nella giunta milanese guidata da Gabriele Albertini. È proprio dall’esperienza amministrativa che, nella sua ricostruzione, emerge una delle questioni centrali del rapporto tra politica e cittadini: la capacità di trasformare una visione in interventi concreti.

Milano e la Lombardia come laboratorio di governo

Nel ripercorrere gli anni della propria formazione politica, Lupi ha richiamato il ruolo di Milano e della Lombardia come esempi di capacità amministrativa e sviluppo. La Lombardia, nella sua lettura, si affermò come modello nel settore sanitario, mentre Milano consolidò il proprio ruolo di motore economico del Paese.

Da queste esperienze, secondo Lupi, Silvio Berlusconi attinse per costruire una nuova classe dirigente nazionale, valorizzando persone che avevano maturato competenze sul campo, nell’amministrazione locale e nella società civile. Tra i nomi citati nel suo intervento, oltre allo stesso Lupi, quelli di Guido Crosetto e Angelino Alfano.

Il passaggio alla politica nazionale rappresentò, nella sua ricostruzione, l’occasione per portare in Parlamento esperienze e sensibilità differenti, unite dalla volontà di tradurre i propri riferimenti culturali in azione di governo.

Lupi ha descritto il quinquennio 2001-2006 come una delle stagioni di governo più significative della storia recente italiana, richiamando la presenza di una cultura politica liberale e cattolica e una serie di interventi che hanno inciso sulla vita quotidiana e sull’organizzazione del Paese: dalla patente a punti al divieto di fumo nei locali pubblici, fino alla riforma della scuola promossa dal ministro Letizia Moratti e all’istituzione del Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie.

Al di là del giudizio politico su quella stagione, il punto sottolineato da Lupi è la necessità di una classe dirigente capace di assumersi responsabilità, mettere in campo competenze e trasformare i principi in decisioni. Quando la politica rinuncia a svolgere questa funzione, ha osservato, si creano vuoti che possono essere occupati da altri fenomeni e da nuove forme di rappresentanza.

Cultura, identità e responsabilità economica

Lupi ha ricordato come l’Italia, povera di materie prime rispetto ad altri Paesi, abbia storicamente costruito la propria forza sulla cultura, sulla bellezza, sul patrimonio artistico e sulla capacità di generare conoscenza e innovazione.

In questa prospettiva ha richiamato anche l’attenzione che Berlusconi avrebbe dedicato alla formazione culturale della propria classe dirigente, attraverso lezioni di filosofia morale e teologia. Un riferimento che, nel ragionamento di Lupi, rimanda all’idea che la preparazione di chi governa non possa limitarsi alle competenze tecniche: occorre anche interrogarsi sui valori che orientano le decisioni e sulle conseguenze che queste producono sulla società.

La politica, in questa visione, deve saper coniugare crescita economica e responsabilità sociale, riconoscendo che il mercato e le istituzioni non possono essere separati dalle persone e dalle comunità sulle quali incidono.

La crisi finanziaria, AI e la perdita della capacità di giudizio

Riflettendo sulle trasformazioni economiche degli ultimi decenni, Lupi ha richiamato la crisi finanziaria del 2008, esplosa con il fallimento di Lehman Brothers, e il dibattito sulla responsabilità delle istituzioni economiche.

Nel suo intervento ha citato la riflessione di Benedetto XVI, che nell’enciclica Caritas in veritate, pubblicata nel 2009, affrontò anche le questioni etiche e sociali legate all’economia e alla finanza. Lupi ha individuato nella perdita della capacità di giudizio uno dei rischi più profondi delle società contemporanee: dietro gli strumenti finanziari e le dinamiche dei mercati, ha osservato, ci sono sempre persone, decisioni e responsabilità.

Il richiamo riguarda anche la funzione originaria delle banche. Accanto alla raccolta del risparmio e alla gestione delle risorse, ha sottolineato Lupi, il sistema bancario dovrebbe mantenere una responsabilità verso le comunità, sostenendo famiglie, imprese e sviluppo economico.

Il parallelo con l’intelligenza artificiale nasce proprio da questa riflessione. «Non è l’intelligenza artificiale il problema, ma la persona nel rapporto con l’intelligenza artificiale», è il principio espresso da Lupi: la questione decisiva non è soltanto ciò che una tecnologia consente di fare, ma chi la utilizza, con quali obiettivi e sotto quale responsabilità. Come nel caso della finanza, anche l’innovazione può produrre conseguenze difficili da governare quando si perde di vista la responsabilità delle persone che progettano, utilizzano e regolano gli strumenti.

Da qui il ruolo delle istituzioni, chiamate a comprendere i cambiamenti senza subirli passivamente e a definire regole che tengano insieme innovazione, tutela dei cittadini e interesse collettivo.

Sussidiarietà e società civile: il ruolo delle comunità

Tra i concetti più ricorrenti nell’intervento, la sussidiarietà occupa un posto centrale. Lupi ha richiamato l’esperienza maturata nell’amministrazione locale per spiegare come questo principio possa tradursi in un diverso rapporto tra pubblico e privato.

Il riferimento è a un modello nel quale le istituzioni non rinunciano alle proprie responsabilità, ma riconoscono e valorizzano il contributo di cittadini, imprese, associazioni e realtà del Terzo settore nella risposta ai bisogni collettivi. L’esempio dell’urbanistica milanese è stato utilizzato per illustrare il passaggio da una concezione in cui l’intervento pubblico era considerato prevalente a una maggiore collaborazione tra soggetti diversi, con l’obiettivo di realizzare progetti capaci di produrre benefici per la comunità.

Per Lupi, sussidiarietà e solidarietà sono principi complementari: la prima valorizza le iniziative della società, la seconda richiama la responsabilità verso chi rischia di rimanere escluso. Il compito della politica è creare le condizioni perché queste energie possano contribuire allo sviluppo senza perdere di vista l’interesse generale.

Politica estera, sicurezza e autonomia dell’Italia

La collocazione internazionale dell’Italia, nella sua prospettiva, non è un tema separato dalla vita economica e sociale del Paese: influenza le opportunità commerciali, le relazioni industriali, la sicurezza e la capacità di difendere gli interessi nazionali.

Lupi ha ricordato come, a suo giudizio, per lungo tempo la politica estera sia stata considerata una materia secondaria nel dibattito politico italiano. Ha attribuito a Berlusconi il merito di averne valorizzato la dimensione economica, vedendo nella rete diplomatica e nel lavoro degli ambasciatori uno strumento per accompagnare le imprese italiane e rafforzare la presenza del Paese nel mondo.

Da qui la riflessione sull’autonomia dell’Italia nello scenario internazionale e sul ruolo che il Paese dovrebbe svolgere all’interno dell’Unione europea. Per Lupi, una presenza europea più forte è una condizione essenziale per evitare che l’Italia si trovi in una posizione subordinata rispetto alle grandi potenze. Nel suo intervento ha richiamato anche il rapporto con gli Stati Uniti e con Donald Trump, esprimendo preoccupazione per quella che considera una condizione di eccessiva dipendenza italiana sul piano internazionale.

Il tema della sicurezza si collega a questa visione più ampia della responsabilità pubblica. Lupi ha invitato a considerare la sicurezza come una componente fondamentale della tutela del bene comune, richiamando anche le nuove sfide della cybersicurezza. La protezione dei cittadini, delle infrastrutture e dei sistemi economici riguarda ormai l’intera società e richiede una valutazione strategica degli investimenti pubblici, insieme a un confronto trasparente sulle priorità di spesa.

Nel suo intervento ha affrontato anche il tema dell’energia nucleare, ricordando come le conseguenze di incidenti come quelli di Chernobyl e Fukushima abbiano segnato profondamente il dibattito pubblico. La questione energetica, nella sua impostazione, richiede una valutazione che tenga insieme sicurezza, sostenibilità, indipendenza energetica e capacità di pianificazione di lungo periodo.

Sicurezza, disagio sociale e responsabilità delle istituzioni

Il tema della sicurezza è stato affrontato anche in relazione alle tensioni nelle città e al confine tra diritto di manifestare e violenza. Dove finisce la protesta e dove comincia la devastazione? È una delle domande poste da Lupi, che ha richiamato la necessità di distinguere tra il diritto al dissenso e il rispetto delle regole comuni. Quello che in questi giorni sta accadendo a Milano, con le devastazioni in centro, è emblematico.
Quando i giovani prendono in mano il loro destino significa che la società è viva e vuole incidere nella costruzione del Paese, ma la violenza non si può tollerare. Per questo, Lupi ha reputato importante che il governo intervenisse con i decreti sicurezza che Giorgia Meloni ha presentato alla Nazione. Tra questi, quello sulla responsabilità dei genitori dei giovani, talvolta adolescenti minorenni, che hanno saccheggiato e distrutto negozi, auto, piazze a Milano.

Nella sua lettura, una parte della politica, certamente quella a sinistra, avrebbe sottovalutato la domanda di sicurezza proveniente dai cittadini. Garantire questo diritto, ha sostenuto, è una responsabilità delle istituzioni e non può essere considerato in contrapposizione con la tutela delle libertà democratiche. Lupi ha collegato questa riflessione anche all’emergere di nuove figure politiche, come Roberto Vannacci, che intercettano il malcontento e alla necessità di offrire risposte credibili prima che la distanza tra cittadini e istituzioni diventi ancora più profonda.
Lupi, con una battuta ha sentenziato: «non sarò mai dalla parte del generale di turno che arriva e decide tutto…e la storia ce lo insegna: si prosperava nell’Impero Romano ma dovevi sperare di non essere nato plebeo o schiavo…»

Casa e giovani coppie: il ruolo della sussidiarietà

Tra i temi affrontati anche quello dell’abitazione, una questione che coinvolge in modo particolare i giovani e le coppie che cercano di costruire un progetto di vita autonomo. Lupi ha richiamato la necessità di aumentare l’offerta abitativa e di valorizzare il contributo degli operatori privati nella risposta a un bisogno pubblico. In questo contesto ha illustrato le proposte di Noi Moderati, orientate a incentivare gli affitti a canoni accessibili, con particolare attenzione alle giovani coppie, e a rendere più efficaci le procedure per il rilascio degli immobili in caso di morosità.

Si tratta di temi che si collocano nel dibattito più ampio sulle politiche abitative: da una parte la necessità di garantire l’accesso alla casa, dall’altra l’esigenza di offrire regole certe a proprietari e locatari. Il principio della sussidiarietà torna anche in questo caso come criterio per favorire la collaborazione tra istituzioni e soggetti privati, con l’obiettivo di ampliare le opportunità e rispondere a una domanda abitativa in crescita.

Milano e le prossime elezioni comunali: prima i bisogni della città

Guardando alle prossime elezioni comunali di Milano, Lupi ha invitato a partire dalle esigenze della città più che dai giudizi sui singoli candidati. La questione centrale, nella sua impostazione, è capire di quale guida Milano abbia bisogno e quali competenze siano necessarie per affrontare le sue contraddizioni: dalla casa alla mobilità, dai servizi alla gestione delle trasformazioni economiche e sociali.

Il punto centrale del suo ragionamento è la valutazione delle competenze e dell’esperienza amministrativa del candidato, con riferimento al nome di cui si è discusso nel corso dell’incontro. In particolare, ha espresso riserve sull’eventuale candidatura di una figura che, a suo giudizio, non disponga di sufficiente esperienza nella gestione amministrativa e delle complessità cittadine.

Per Lupi, il centrodestra dovrebbe puntare su una candidatura politica preparata, con una visione riformista e la capacità di governare una città articolata come Milano. La scelta del centrodestra, ha osservato, finirà inoltre per influenzare anche le decisioni del centrosinistra, contribuendo a definire il terreno del confronto elettorale.

Il criterio di fondo resta dunque la capacità di amministrare: non soltanto rappresentare un orientamento politico, ma dimostrare di saper gestire servizi, risorse, interessi differenti e progetti di sviluppo.

Astensionismo e crisi della rappresentanza: la sfida dei moderati

Secondo Lupi in Italia esiste un’area significativa di elettori che si riconoscono in posizioni moderate e centriste, ma che non sempre trovano un’offerta politica nella quale identificarsi. Ha quantificato quest’area in circa nove milioni di persone, una stima da leggere come parte della sua analisi politica. Quindi l’astensionismo, nella sua interpretazione, non è riconducibile esclusivamente alla protesta o al rifiuto del sistema: riflette anche la delusione di cittadini che non riconoscono più nella proposta politica una risposta alle proprie aspettative.

«La democrazia deve essere decidente», è il principio al centro del suo ragionamento. Per Lupi, le istituzioni devono dimostrare di saper scegliere, governare e offrire risultati concreti. La sfida per i moderati, secondo Lupi, è recuperare credibilità attraverso una proposta politica riconoscibile, capace di rappresentare chi si sente deluso e di dimostrare che la partecipazione può ancora produrre cambiamenti concreti.

Una politica capace di decidere e di guardare al futuro

Il filo conduttore dell’intervento torna così al tema della responsabilità. La politica, nella sua visione, non può limitarsi a interpretare il malcontento o a inseguire il consenso immediato. Deve saper spiegare le scelte, anche quando comportano sacrifici, stabilire priorità e difendere l’interesse collettivo. Deve inoltre riconoscere il valore della cultura, delle comunità e della società civile, senza rinunciare al proprio compito di guida.

È nella capacità di coniugare valori, competenze e decisioni che, secondo Lupi, si misura la possibilità di ricostruire la fiducia nelle istituzioni e restituire alla politica il suo ruolo: costruire risposte per il presente e condizioni migliori per il futuro.

Chi è Maurizio Lupi

Maurizio Lupi è un politico italiano, laureato in Scienze politiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È presidente di Noi Moderati e della Fondazione Costruiamo il Futuro. Nel corso della sua carriera ha maturato una lunga esperienza nelle istituzioni, ricoprendo incarichi amministrativi a Milano e ruoli di primo piano in Parlamento e nel Governo.

Eletto alla Camera dei deputati nel 2001, è stato vicepresidente della Camera dal 2008 al 2013 e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti dal 2013 al 2015, nei governi Letta e Renzi. Si è occupato di infrastrutture, trasporti e sviluppo del territorio, contribuendo al dibattito pubblico sui rapporti tra istituzioni, imprese e società civile.


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Dal Fabbro: “Se c’è un Paese che ce la fa sempre è l’Italia”

Deglobalizzazione, intelligenza artificiale, acqua, energia, materie prime critiche, spazio e cybersecurity. Un’analisi dello scenario internazionale e delle opportunità strategiche per l’Italia nell’intervento di Luca Dal Fabbro al ciclo di incontri della Fondazione Roma Europea.

Quali sono le grandi trasformazioni che stanno ridisegnando gli equilibri mondiali? E quale ruolo può giocare l’Italia in uno scenario internazionale sempre più caratterizzato da competizione geopolitica, innovazione tecnologica, crisi delle risorse e nuove forme di conflitto?

Sono alcune delle domande al centro dell’intervento di Luca Dal Fabbro, Presidente di Iren e di Utilitalia, ospite dell’ultimo appuntamento del ciclo di incontri promosso dalla Fondazione Roma Europea, presso il Circolo Magistrati della Corte dei Conti di Roma. Un appuntamento che ha offerto una lettura ampia e articolata delle trasformazioni in corso, mettendo in relazione geopolitica, energia, tecnologia, acqua, materie prime e sicurezza.

Tre grandi transizioni stanno cambiando il mondo

Secondo Dal Fabbro, il contesto attuale è attraversato da tre grandi transizioni: la deglobalizzazione, la transizione digitale e quella ecologica.

La prima riguarda la progressiva trasformazione della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta. Nuovi gruppi di Paesi competono, stringono alleanze e cercano di consolidare il controllo di risorse, mercati e infrastrutture strategiche.

La seconda è la transizione digitale, dominata dall’intelligenza artificiale e destinata a essere ulteriormente trasformata dall’arrivo del quantum computing.

La terza è la transizione ecologica legata al cambiamento climatico, nella quale, secondo Dal Fabbro, l’acqua è destinata a diventare un elemento di crisi ancora più rilevante dell’aria.

È una lettura che riprende anche i temi al centro del suo libro Proteggere il futuro, dedicato proprio alle interconnessioni tra deglobalizzazione, digitalizzazione e transizione energetica e ambientale.

Hormuz e Bab el-Mandeb: il valore strategico delle rotte

In questo scenario assumono un’importanza centrale i cosiddetti choke point, i punti di passaggio obbligati attraverso i quali transitano grandi quantità di energia e merci.

Tra questi c’è lo Stretto di Hormuz, fondamentale per i flussi energetici internazionali. Ma, secondo Dal Fabbro, per l’Italia c’è un altro passaggio ancora più delicato: Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e che rappresenta una delle principali vie di collegamento commerciale tra Mediterraneo e Asia. «Bab el-Mandeb è un punto ancora più importante per l’Italia rispetto a Hormuz», ha sottolineato Dal Fabbro.

La sua analisi ha evidenziato come la sicurezza delle rotte commerciali non riguardi soltanto le grandi potenze militari, ma direttamente Paesi fortemente esportatori come l’Italia. Tra le infrastrutture strategiche citate c’è anche l’oleodotto East-West, che attraversa l’Arabia Saudita e rappresenta una delle alternative alle rotte attraverso Hormuz.

Stati Uniti, Cina e il nuovo equilibrio geopolitico

Al centro dello scenario internazionale c’è, nella lettura proposta da Dal Fabbro, la competizione tra Stati Uniti e Cina.

Cina e India rappresentano infatti due dei principali punti verso cui si sta spostando il baricentro della crescita mondiale. Allo stesso tempo, secondo Dal Fabbro, gli Stati Uniti starebbero oggi recuperando terreno nella competizione strategica con Pechino. Come? Tagliando i più importanti rifornimenti per la Cina.

Nel suo intervento ha richiamato, ad esempio, la situazione del Venezuela, sostenendo che l’azione statunitense contro Maduro avrebbe avuto tra gli obiettivi il controllo di risorse petrolifere, «il più grande bacino di olio», e di materie prime critiche. Un passaggio particolarmente diretto della sua analisi è stato: «E dove prende il gas la Cina? In Iran. E dove sono andati gli americani?» È, nella sua lettura, un esempio di come energia, materie prime e geopolitica siano ormai strettamente intrecciate.

Tra i possibili futuri punti di tensione Dal Fabbro ha indicato anche l’area di Sumatra, tra Indonesia e Singapore, strategica per i collegamenti tra Oriente e Occidente. In questo quadro l’Europa rischia di avere un ruolo da comprimario, mentre Stati Uniti e Cina si contendono una parte crescente della partita globale.

Sessanta guerre e un mondo da riorganizzare

La situazione internazionale è resa ancora più complessa dalla presenza di numerosi conflitti. Dal Fabbro ha richiamato il dato di circa 60 guerre oggi attive nel mondo, leggendo molte di esse all’interno di un più ampio processo di ridefinizione degli equilibri internazionali.

Il riferimento storico è alla fine dell’ordine costruito dopo Yalta: quando viene meno un equilibrio tra grandi potenze, aumenta il rischio di conflitti e instabilità.

Per esercitare una posizione di forza non bastano, però, gli eserciti tradizionali. Servono energia, acqua e materie prime. Anche i sistemi militari più avanzati dipendono infatti dalle cosiddette terre rare e da materiali strategici. Dal Fabbro ha richiamato, a questo proposito, anche il ruolo del Congo e delle sue risorse, utilizzate in filiere tecnologiche avanzate.

L’intelligenza artificiale e il problema della sovranità tecnologica

Uno dei passaggi centrali dell’intervento ha riguardato l’intelligenza artificiale. Secondo Dal Fabbro, l’Europa avrebbe già accumulato un ritardo significativo nella corsa all’AI e l’Italia dovrebbe affrontare il problema della propria autonomia strategica digitale.

Il tema non riguarda soltanto lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale, ma soprattutto l’infrastruttura sulla quale questi modelli vengono eseguiti: i data center e la capacità computazionale. La questione posta da Dal Fabbro è semplice: cosa accade quando dati strategici e industriali italiani vengono elaborati attraverso infrastrutture controllate da soggetti stranieri?

L’esempio portato è quello di un’azienda come Ferrari che utilizzasse sistemi di AI esterni per sviluppare un nuovo modello automobilistico: parte delle informazioni necessarie al processo potrebbe transitare attraverso infrastrutture non italiane.

La sovranità digitale diventa quindi anche una questione di sicurezza industriale e protezione del know-how. Per Dal Fabbro, la possibilità di recuperare terreno sull’intelligenza artificiale passa anche dalla costruzione di data center sovrani, capaci di garantire controllo nazionale sulla capacità computazionale e sui dati.

Il quantum computing: perché sarà strategico

Se sull’intelligenza artificiale il ritardo italiano ed europeo rappresenta, secondo Dal Fabbro, un problema, sul quantum computing il quadro può essere diverso. Un computer quantistico non è semplicemente un computer tradizionale più veloce. Utilizza i principi della meccanica quantistica per elaborare determinate classi di problemi secondo modalità differenti rispetto ai computer classici.

La velocità e le caratteristiche del calcolo quantistico possono avere applicazioni strategiche in ambiti come ricerca scientifica, ottimizzazione e soprattutto sicurezza informatica. Da qui il riferimento alla crittografia quantistica, che utilizza proprietà della fisica quantistica per proteggere le comunicazioni e può rendere rilevabile un tentativo di intercettazione. È un settore che viene considerato strategico anche a livello internazionale per prepararsi alle future capacità dei computer quantistici.

Nel corso dell’incontro Dal Fabbro ha richiamato anche il progetto Eureka, indicandolo come una delle realtà di rilievo nel panorama del calcolo quantistico.

La partita tecnologica, tuttavia, ha un costo molto concreto: energia e acqua. Anche le infrastrutture digitali più avanzate hanno infatti bisogno di enormi quantità di energia e di sistemi di raffreddamento.

Acqua: la risorsa strategica del futuro

È proprio l’acqua uno dei temi sui quali Dal Fabbro ha concentrato maggiormente l’attenzione. L’Italia, ha sottolineato, è un Paese nel quale piove molto rispetto ad altre aree europee. Eppure manca una politica sufficientemente strutturata di raccolta, conservazione e gestione della risorsa.

Un esempio riguarda la realizzazione di un bacino idrico che, secondo quanto raccontato durante l’incontro, è bloccata da anni anche per ostacoli di carattere burocratico. Da qui una domanda volutamente provocatoria: «Vogliamo l’acqua o seguire la regola perfetta?»

Il problema assume un peso ancora maggiore considerando che l’Italia è una delle principali potenze agroalimentari europee e che l’agricoltura necessita di grandi quantità d’acqua. Dal Fabbro ha citato il riso, la Puglia, dove il cuneo salino rappresenta una crescente criticità, e la Pianura Padana, dove in futuro potrebbe diventare necessario ricorrere sempre di più alla desalinizzazione.

La questione, quindi, non è soltanto ambientale: riguarda la sicurezza dell’approvvigionamento, la produzione alimentare e la competitività del Paese.

Dall’acqua che manca all’acqua che distrugge

Il paradosso italiano è che, nello stesso momento, alcune città possono soffrire per la scarsità d’acqua e altre essere colpite da fenomeni di allagamento. È stato richiamato, in particolare, il caso di Ravenna, come esempio della necessità di una politica nazionale di raccolta e contenimento delle acque.

Il tema riguarda anche le infrastrutture esistenti. Le reti fognarie di Milano, secondo quanto evidenziato nell’intervento, presentano criticità importanti, mentre quelle di Roma stanno progressivamente invecchiando.

La strategia dovrebbe quindi essere duplice: raccogliere l’acqua quando è disponibile e intervenire sulle perdite e sulle infrastrutture obsolete. Lo stesso ragionamento riguarda la depurazione. Dal Fabbro ha richiamato diversi territori, tra cui Chiavari e Lavagna e la Calabria, sottolineando la necessità di investire nella realizzazione e nell’ammodernamento degli impianti. Una questione che si scontra spesso con la difficoltà di accettare nuovi impianti vicino alle abitazioni. Ma, nella sua provocazione, il problema resta quello di scegliere tra infrastrutture necessarie e conseguenze del loro mancato sviluppo.

Materie prime critiche: la nuova partita industriale

Energia e acqua non sono però le uniche risorse strategiche. Un’altra partita fondamentale riguarda le materie prime critiche e le terre rare, indispensabili per numerose tecnologie contemporanee.

Secondo Dal Fabbro, l’Unione europea dovrebbe dotarsi di una vera politica comune in questo settore. La Cina occupa infatti una posizione centrale nelle catene globali di estrazione e soprattutto di raffinazione delle terre rare. Il controllo di queste filiere significa avere un’influenza diretta sulla capacità industriale e tecnologica degli altri Paesi. Per questo, la sicurezza delle materie prime dovrebbe diventare una componente dell’autonomia strategica europea.

La nuova frontiera è lo spazio

Un’altra infrastruttura ormai decisiva è quella spaziale. C’era un accordo tra le più grandi potenze sul fatto che lo spazio non potesse essere militarizzato. Poco fa, gli Stati Uniti hanno annunciato che, in realtà, hanno posizionato delle armi nello spazio. Non solo: lo spazio dovrebbe essere regolato, anche considerando il sovraccarico di satelliti in orbita. Perché questo sta avvenendo?

I satelliti sono diventati fondamentali non soltanto per le telecomunicazioni e l’economia, ma anche per la sicurezza e la difesa.

La guerra in Ucraina ha mostrato concretamente quanto le tecnologie satellitari possano essere decisive per le comunicazioni e per l’individuazione degli obiettivi, anche grazie a Starlink.

Ma lo spazio è anche una piattaforma per controllare infrastrutture, rotte, ponti, flussi di merci e comunicazioni.

Secondo Dal Fabbro, l’Italia possiede competenze e capacità industriali che possono consentirle di giocare una partita importante nel settore. È una partita che potremmo co-vincere e il governo, infatti, sta investendo molto. Il problema, ancora una volta, è la massa critica degli investimenti. Gli Stati Uniti e la Cina possono contare su capacità finanziarie molto superiori. Per questo, secondo Dal Fabbro, l’Europa deve imparare a mettere insieme le proprie risorse.

Una delle questioni centrali riguarda anche i lanciatori satellitari, un settore nel quale una strategia europea comune può fare la differenza.

Cybersecurity: la guerra che non si vede

Se la guerra tradizionale si combatteva con carri armati e missili, oggi una parte crescente dei conflitti passa attraverso il cyberspazio. Un porto, una centrale elettrica, una rete di trasporto o un’infrastruttura strategica possono essere paralizzati anche senza un attacco militare convenzionale.

Dal Fabbro ha ricordato come l’Italia sia tra i Paesi più esposti agli attacchi informatici e come, per anni, la dottrina nazionale sia stata prevalentemente difensiva. Oggi il paradigma sarebbe cambiato: l’Italia può adottare una postura più proattiva, nella quale un attacco può essere contrastato anche attraverso azioni volte a identificare, contenere e neutralizzare la minaccia.

Gli attacchi arrivano da soggetti diversi: governi contro governi, criminalità organizzata, gruppi che chiedono riscatti e gruppi mossi da motivazioni ideologiche. La sicurezza cibernetica diventa quindi una componente della sicurezza nazionale.

La nostra vita sempre più connessa

La questione riguarda però anche la vita quotidiana. Telecamere domestiche, smartphone, sensori, smartwatch, anelli intelligenti e altri dispositivi producono continuamente dati. Più aumenta l’interconnessione, maggiore diventa la necessità di proteggere queste informazioni.

Per Dal Fabbro, anche in questo campo l’autonomia strategica diventa essenziale: non si può pensare di delegare completamente la sicurezza digitale a infrastrutture e servizi controllati da altri Paesi.

Nel suo intervento ha citato, come esempi, strumenti e società straniere utilizzati nella cybersecurity, richiamando la necessità di valutare con attenzione la provenienza delle tecnologie dalle quali dipendono infrastrutture strategiche.

Il Mediterraneo e i cavi sottomarini: l’Italia al centro

Ed è proprio qui che emerge una delle possibili grandi opportunità italiane. Il nostro Paese si trova in una posizione strategica per quanto riguarda la rete dei cavi sottomarini che collegano Europa, Africa, Medio Oriente e Asia. Molti dei flussi di dati che arrivano dal Mediterraneo passano attraverso l’area italiana. Anche Israele è collegato alla rete globale attraverso infrastrutture che arrivano in Sicilia. E i cavi provenienti dall’area di Bab el-Mandeb raggiungono il Mediterraneo proprio attraverso questa direttrice.

Questo rende la Sicilia e il Mediterraneo centrale particolarmente importanti anche sotto il profilo della sicurezza. Oggi c’è allerta per i droni sottomarini russi nel Mediterraneo, interessati ai cavi e ai dati. Ecco allora che la Sicilia ha un potenziale rischio di conflitto nei prossimi anni sul tema digitale. Ecco perché stiamo costruendo nuovi sommergibili: controllare i mari è fondamentale.

Il controllo e la protezione dei cavi sottomarini diventano quindi una questione strategica e contribuiscono a spiegare l’importanza crescente delle capacità subacquee italiane. Secondo Dal Fabbro, l’Italia potrebbe trasformare questa posizione geografica e industriale in un’opportunità per attrarre investimenti. «Abbiamo il più grande costruttore di cavi al mondo. Pensate se si mettesse in sinergia col secondo produttore al mondo, che è francese».

Ma serve una visione industriale di lungo periodo. E qui arriva una delle sue espressioni più nette: «Ci mancano gli Enrico Mattei, gli industriali pesanti che fanno strategie così».

Niger, Francia e Italia: un esempio di mancata strategia europea

Un altro esempio portato durante l’incontro è quello del Niger. La progressiva uscita della Francia dal Paese ha avuto conseguenze anche sul controllo delle risorse strategiche. Dal Fabbro ha richiamato il caso delle miniere di uranio lasciate dai francesi e oggi inserite, secondo la sua ricostruzione, in una sfera d’influenza russa. In quello stesso contesto, l’Italia era impegnata sul fronte del controllo dei flussi migratori.

Il punto sollevato è soprattutto politico-strategico: cosa sarebbe accaduto se Francia e Italia avessero costruito una strategia comune nel momento in cui si stavano ridefinendo gli equilibri nella regione? Per Dal Fabbro, il caso del Niger è emblematico della necessità per l’Europa di iniziare a lavorare maggiormente insieme sulle questioni energetiche, industriali e geopolitiche.

Tre scenari possibili per il futuro

Nella parte conclusiva dell’intervento, Dal Fabbro ha delineato tre possibili scenari.

Il primo è quello di una frammentazione gestita, con una progressiva stabilizzazione delle principali crisi, la riapertura di Hormuz e una crescita economica intorno al 2%.

Il secondo è quello di una escalation prolungata, nella quale l’eventuale destabilizzazione di Bab el-Mandeb potrebbe produrre un nuovo shock energetico, inflazione, recessione e possibili razionamenti dell’energia.

Il terzo è quello della normalizzazione negoziata, caratterizzata da un accordo stabile su Hormuz e da una tregua in Ucraina.

Gli americani guadagnano molto da Hormuz, insieme a inglesi, russi, norvegesi e cinesi. Per cui, se rimane un po’ così, va bene. Chi si gioca il futuro è Germania e Italia. I tedeschi, colpiti nell’automotive dalla Cina, cercano di convertirlo nel militare… ma la guerra non si combatte più con i Leopard. La guerra si fa con la cyber e due hacker che bloccano un porto, una centrale elettrica.

In questo terzo scenario, secondo la lettura proposta da Dal Fabbro, l’Italia potrebbe trovarsi in una posizione particolarmente favorevole: un Paese esportatore, con una bassa inflazione, una relativa stabilità sociale e una forte capacità industriale.

Nei primi due scenari, al contrario, aumenterebbero secondo Dal Fabbro le fragilità economiche e sociali e potrebbe crescere anche la pressione sui partiti politici tradizionali.

Debito americano e instabilità economica

A complicare ulteriormente il quadro c’è la situazione finanziaria degli Stati Uniti. Dal Fabbro ha richiamato l’elevato indebitamento americano e la crescita del costo necessario per finanziare il debito, inserendo questi elementi nel più ampio scenario di inflazione e volatilità dell’economia mondiale. Anche per questo, secondo la sua analisi, la questione del rapporto tra Stati Uniti e Cina non può essere considerata soltanto militare o commerciale: riguarda anche finanza, energia, tecnologia e controllo delle risorse. Il tema, ha ricordato, è già oggetto di confronto diretto tra le due potenze.

Instabilità, tecnologia e democrazia

Un’altra conseguenza delle trasformazioni in corso riguarda la politica. L’incertezza economica e sociale può creare terreno favorevole alla crescita dei movimenti politici più radicali. Dal Fabbro ha citato il caso dell’AfD in Germania come esempio di questa dinamica, sottolineando come fenomeni analoghi possano verificarsi anche in altri Paesi.

A questo si aggiunge il ruolo dell’intelligenza artificiale e dei social network. La possibilità di raccogliere dati, profilare gruppi di elettori e costruire messaggi estremamente mirati modifica infatti anche il rapporto tra comunicazione politica e consenso.

La tecnologia diventa così parte integrante della nuova competizione geopolitica, economica e democratica.

E l’Italia?

Alla fine dell’analisi ritorna la domanda centrale: quale ruolo può giocare l’Italia? Per Dal Fabbro, le vulnerabilità italiane convivono con importanti punti di forza.

L’Italia dispone di una forte base manifatturiera, di una grande capacità esportatrice e di un tessuto di piccole e medie imprese capace di operare sui mercati internazionali. Ha una posizione geografica strategica nel Mediterraneo, competenze industriali nei settori dell’energia, dello spazio, delle infrastrutture e dei cavi sottomarini e può contare su una significativa capacità agroalimentare.

Ma, per trasformare questi elementi in un vero vantaggio strategico, serve una maggiore capacità di pianificazione e cooperazione europea. Energia, acqua, materie prime, infrastrutture digitali, spazio e cybersecurity non possono più essere considerati settori separati: sono pezzi della stessa partita.

E proprio per questo, secondo Dal Fabbro, l’Italia deve costruire la propria autonomia strategica senza isolarsi, ma rafforzando le alleanze e la capacità di agire insieme agli altri Paesi europei. La conclusione è affidata a una frase che sintetizza bene il suo punto di vista: «Se c’è un Paese che ce la fa sempre è l’Italia».

Un Paese abituato a convivere con periodi di alta inflazione, capace di mantenere una certa stabilità e dotato di un sistema di PMI fortemente orientato all’esportazione. Una resilienza che, nella lettura proposta da Dal Fabbro, potrebbe rappresentare una delle principali risorse italiane per affrontare le trasformazioni dei prossimi anni.

Chi è Luca Dal Fabbro

Luca Dal Fabbro è un ingegnere chimico e manager italiano con una lunga esperienza internazionale nei settori industriale, energetico, finanziario e della sostenibilità. È Presidente di Iren, multiutility quotata alla Borsa di Milano attiva nei settori dell’energia, del gas, dell’efficientamento energetico, dell’acqua e dei servizi ambientali, e dal 2025 è Presidente di Utilitalia. È inoltre Presidente dell’ESG European Institute, Vicepresidente del Circular Economy Network e Adjunct Professor alla LUISS.

Nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi di vertice come Amministratore Delegato di Enel Energia e E.ON Italia, Presidente di Snam, Presidente Esecutivo di Renovit e componente del Consiglio di Amministrazione di Terna. Ha inoltre maturato esperienze internazionali e accademiche, dopo la laurea in Ingegneria Chimica alla Sapienza, un master in Politica Internazionale presso l’Université Libre de Bruxelles e un percorso di Advanced Management al MIT Sloan School of Management.


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Le grandi sfide del futuro: quale ruolo per l’Italia tra tecnologia, energia e geopolitica?

Il mondo sta cambiando rapidamente. Tensioni geopolitiche, trasformazioni tecnologiche, crisi energetiche e nuovi equilibri economici stanno modificando profondamente lo scenario nel quale l’Italia e l’Europa sono chiamate a muoversi.

Cesare San Mauro ne ha parlato ad Agenti Futuri, il podcast istituzionale di ARAME che esplora il cambiamento e le trasformazioni del tessuto produttivo e dei territori attraverso conversazioni con esponenti del mondo accademico, delle imprese, delle associazioni e delle Istituzioni.  

Qui per riascoltare l’intervento integrale su Spotify: https://open.spotify.com/embed/show/4xIXdjCtHCqsVuISJOhy18?utm_source=generator&si=c4c0efb246114841

Tecnologia e liberalizzazione: un mondo più accessibile

Per comprendere la portata dei cambiamenti in corso bisogna partire dalla tecnologia. San Mauro ricorda un mondo in cui non esistevano telefonia mobile, Internet, alta velocità ferroviaria e concorrenza nel trasporto aereo. In pochi decenni, questa trasformazione ha modificato radicalmente il modo di comunicare, viaggiare e accedere ai servizi.

Uno degli effetti più significativi è stato l’aumento della concorrenza nei mercati. La liberalizzazione del trasporto aereo e delle telecomunicazioni ha reso servizi che un tempo erano riservati a pochi molto più accessibili.

Il risultato è anche una maggiore accessibilità per gli utenti e, quindi, una forma di democratizzazione dei servizi. Ma la stessa tecnologia che ha reso il mondo più connesso sta oggi diventando anche uno dei principali terreni della competizione internazionale.

Geopolitica e conflitti: verso una nuova normalità?

La seconda grande trasformazione riguarda lo scenario geopolitico.

I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente hanno avuto conseguenze che vanno ben oltre i teatri di guerra, incidendo sull’economia reale, sull’approvvigionamento energetico e sulla stabilità internazionale. Secondo San Mauro, la guerra in Ucraina potrebbe essere caratterizzata ancora a lungo da una fase di logoramento, accompagnata anche da forme di guerra ibrida, nelle quali strumenti tecnologici, cyberattacchi, droni e sabotaggi assumono un ruolo crescente.

È una trasformazione importante perché porta la sicurezza tecnologica e digitale dentro il cuore delle strategie geopolitiche.

Energia: una delle grandi questioni europee

La geopolitica si intreccia direttamente con la questione energetica. La riduzione della dipendenza europea dal gas russo ha spinto Paesi come l’Italia a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, rivolgendosi anche a Libia, Algeria e Qatar. Allo stesso tempo, la crescente domanda energetica rende complesso immaginare una transizione affidata esclusivamente alle fonti rinnovabili.

Da qui la riflessione sul nucleare. San Mauro considera la rinuncia italiana al nucleare un errore e guarda con interesse allo sviluppo dei piccoli reattori e delle nuove tecnologie, pur sottolineando che per arrivare a reattori di quarta generazione pienamente operativi saranno necessari ancora anni.

La questione energetica, dunque, è destinata a rimanere centrale per l’Italia e per l’Europa.

Più Europa per affrontare le grandi sfide

Energia, ambiente e immigrazione sono questioni che, secondo San Mauro, non possono essere affrontate efficacemente soltanto a livello nazionale.

La dimensione del mercato europeo e la crescente interdipendenza tra gli Stati rendono necessario un maggiore coordinamento. Da qui l’idea di rafforzare l’Unione Europea e di armonizzare maggiormente le politiche industriali, ambientali ed energetiche. La sfida, quindi, non è soltanto economica: è anche istituzionale e politica, perché riguarda la capacità dell’Europa di agire come sistema in un contesto globale sempre più competitivo.

Italia, Mediterraneo e patrimonio: una posizione strategica

In questo scenario, l’Italia può contare su un elemento strutturale: la sua posizione nel Mediterraneo.

Il Paese dispone di risorse energetiche limitate, ma occupa una posizione geografica strategica e possiede un patrimonio naturalistico, storico, artistico e culturale di enorme valore. Per San Mauro, questa ricchezza dovrebbe essere valorizzata attraverso un modello turistico più qualificato, capace di utilizzare anche le nuove tecnologie per far conoscere il patrimonio italiano. Non soltanto le grandi città d’arte, ma anche quei centri e quei territori meno conosciuti che custodiscono patrimoni culturali di grande rilievo.

Il turismo, però, non può essere considerato separatamente dalla qualità dei servizi e delle infrastrutture. Da qui la necessità di investire anche nell’offerta e nella capacità del Paese di competere con altre destinazioni europee.

Roma tra patrimonio, servizi e governance

Il ragionamento si sposta quindi sulla Capitale. Roma possiede un patrimonio storico, artistico e culturale straordinario, ma secondo San Mauro deve migliorare la qualità dei servizi, a partire dall’ingegneria urbana e dal trasporto pubblico locale, e aumentare la capacità di valorizzare e rendere fruibile il proprio patrimonio.

Ma la questione centrale riguarda anche la governance. Si sottolinea come Roma presenti una peculiarità rispetto ad altre grandi capitali internazionali e sostiene la necessità di un sistema di governance autonomo, arrivando a proporre la trasformazione dell’area metropolitana di Roma in una Regione.

È un tema che si collega direttamente alla capacità della Capitale di programmare infrastrutture, servizi e politiche urbane adeguate alla sua dimensione e al suo ruolo internazionale.

Il ruolo della Fondazione Roma Europea

All’interno di questo scenario si colloca anche il lavoro della Fondazione Roma Europea, di cui San Mauro è consigliere.

La Fondazione nasce con l’obiettivo di contribuire alla riflessione sui grandi temi che riguardano Roma, l’Italia e l’Europa, attraverso il confronto tra istituzioni, mondo produttivo, università e società civile.

Tra le iniziative ricordate nell’intervista c’è il confronto sul tema della sanità e delle lezioni emerse dall’emergenza Covid, con particolare attenzione alla necessità di definire un quadro nazionale per le emergenze sanitarie e di ridurre gli squilibri territoriali nell’accesso alle cure.

Ma il lavoro della Fondazione si estende anche al rapporto tra democrazia ed economia in tempo reale, interrogandosi sulla compatibilità tra i tempi necessariamente complessi dei processi democratici e la velocità di un’economia nella quale capitali e transazioni possono muoversi istantaneamente.

Quale politica industriale per l’Italia?

La capacità dell’Italia di affrontare il futuro passa anche dalla scelta delle filiere sulle quali concentrare gli investimenti.

La riflessione parte dalla difficoltà di mantenere una posizione competitiva in alcuni settori industriali tradizionali e guarda invece a comparti come informatica, innovazione tecnologica, industria aerospaziale e satellitare, nei quali l’Italia può contare su competenze e una tradizione consolidata.

L’obiettivo delineato è quello di un’Italia capace di valorizzare contemporaneamente cultura, bellezza e tecnologie avanzate. Una prospettiva nella quale il patrimonio culturale non rappresenta un’alternativa allo sviluppo industriale e tecnologico, ma può diventare parte di una strategia economica più ampia.

Ricerca, università e innovazione

In questo quadro assumono un ruolo centrale anche la ricerca e l’università. L’Italia, nella visione proposta da San Mauro, dovrebbe aumentare gli investimenti nella ricerca e rafforzare la propria capacità di attrarre e valorizzare competenze, collegando maggiormente innovazione, università e sistema produttivo.

È una condizione necessaria per costruire filiere tecnologiche capaci di competere a livello internazionale e per evitare che il Paese perda competenze strategiche proprio nei settori destinati a guidare la trasformazione dei prossimi anni.

Infrastrutture e manutenzione: la sfida meno visibile

C’è infine una questione spesso meno presente nel dibattito pubblico, ma decisiva: la manutenzione delle infrastrutture. L’esempio citato nell’intervista è quello dell’Acquedotto Pugliese, utilizzato per evidenziare il problema delle perdite nella rete idrica. La manutenzione straordinaria delle reti, delle infrastrutture e dei servizi rappresenta quindi una delle condizioni fondamentali per rendere sostenibile lo sviluppo del Paese.

Un’Italia chiamata a scegliere il proprio futuro

Dalla tecnologia alla geopolitica, dall’energia alla politica industriale, fino alla governance di Roma: i temi affrontati nella conversazione convergono su una stessa domanda. Quale ruolo vuole avere l’Italia nel mondo che sta cambiando?

La risposta passa dalla capacità di valorizzare ciò che il Paese possiede (patrimonio, competenze, posizione geografica e tradizione industriale) ma anche dalla volontà di investire in ciò che sarà decisivo domani: ricerca, tecnologia, infrastrutture, energia e capitale umano.

È proprio nel rapporto tra queste dimensioni che si giocherà una parte importante delle grandi sfide del futuro.

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Li Xiaoyong per l’Ambasciata Cinese: “Italia e Cina partner strategici per affrontare insieme le sfide globali”

Il rapporto tra Italia e Cina, le prospettive dell’economia cinese, l’innovazione tecnologica e il ruolo della cooperazione internazionale in uno scenario geopolitico sempre più complesso sono stati al centro dell’incontro organizzato da Fondazione Roma Europea, che ha ospitato, presso il Reale Circolo Canottieri Tevere Remo Li Xiaoyong, Incaricato d’Affari ad Interim dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia.

Un confronto dedicato ai rapporti tra Oriente e Occidente, nel quale il rappresentante diplomatico cinese ha delineato la visione di Pechino sulle principali trasformazioni economiche e internazionali, sottolineando la necessità di rafforzare il dialogo tra i popoli e la collaborazione tra le due economie.

Italia e Cina, un rapporto fondato sulla cooperazione

Aprendo il suo intervento, Li Xiaoyong ha evidenziato come Italia e Cina condividano un patrimonio storico e culturale unico, capace ancora oggi di rappresentare un punto di forza per sviluppare nuove opportunità di collaborazione.

Secondo il diplomatico, entrambi i Paesi sono eredi di grandi civiltà che hanno contribuito allo sviluppo della cultura mondiale e che oggi possono trasformare questa eredità in un vantaggio competitivo, favorendo nuovi scambi economici, tecnologici e culturali.

Un rapporto già consolidato anche attraverso il mondo dell’istruzione: sono infatti oltre 50.000 gli studenti cinesi che scelgono l’Italia per la propria formazione, testimonianza di un legame che continua a rafforzarsi anche tra le nuove generazioni.

L’economia cinese tra stabilità, innovazione e apertura internazionale

Nel corso dell’incontro, Li Xiaoyong ha illustrato l’attuale fase di sviluppo dell’economia cinese, riconoscendo che i ritmi di crescita non sono più quelli di vent’anni fa, ma sottolineando come la Cina continui a distinguersi per alcuni elementi strutturali.

Tra questi ha indicato innanzitutto la stabilità economica, accompagnata da un forte investimento nell’innovazione scientifica e tecnologica.

Il Governo cinese, ha spiegato, sta concentrando le proprie risorse in settori strategici come intelligenza artificiale, informatica quantistica, circuiti integrati, robotica, aerospazio e fusione nucleare, considerati fondamentali per sostenere una crescita di alta qualità.

A questi si aggiungono il dinamismo del sistema produttivo, favorito da politiche orientate alla flessibilità delle imprese, e una crescente apertura, integrazione, verso il mercato internazionale.

“La Cina non vuole essere soltanto la fabbrica del mondo, ma un motore della crescita mondiale.”

Un mercato sempre più aperto agli investimenti esteri

Nel delineare la strategia economica cinese, Li Xiaoyong ha ricordato anche le recenti misure adottate per favorire gli scambi internazionali.

Tra queste, l’estensione dell’esenzione dal visto per i cittadini di numerosi Paesi e la volontà di facilitare ulteriormente l’accesso delle imprese straniere al mercato cinese, sostenuta anche dalla solidità delle riserve valutarie del Paese.

Secondo il diplomatico, la Cina punta a rafforzare il proprio ruolo di grande mercato globale, incentivando consumi interni e nuove opportunità di investimento.

Le sfide internazionali e il valore del dialogo

Ampio spazio è stato dedicato anche all’attuale scenario geopolitico.

Li Xiaoyong ha descritto il contesto internazionale come “complesso e frammentato”, sottolineando tuttavia alcuni segnali di distensione nelle principali aree di crisi.

Tra gli elementi evidenziati figura la capacità della Cina di mantenere la propria resilienza anche in presenza delle tensioni internazionali che interessano le principali rotte energetiche (il riferimento è al blocco del Canale di Hormuz), grazie anche al crescente sviluppo delle energie rinnovabili, che rappresentano ormai una quota molto significativa della produzione energetica nazionale, circa il 70%.

Sul piano della politica estera, il rappresentante dell’Ambasciata ha ribadito l’impegno della Cina nel promuovere un approccio fondato sul dialogo, sulla cooperazione e sulla ricerca di soluzioni diplomatiche alle controversie internazionali.

“Dobbiamo essere amici e risolvere così i problemi”, ha affermato, riconoscendo come questo obiettivo sia oggi sempre più difficile ma anche sempre più necessario.

Lo spirito della Via della Seta come modello di cooperazione

Nel suo intervento, Li Xiaoyong ha richiamato anche il significato storico della Via della Seta, definendola non soltanto una rotta commerciale, ma un simbolo di pace, dialogo e scambio tra civiltà.

Secondo il diplomatico, proprio quello spirito può rappresentare ancora oggi un modello utile per affrontare le grandi sfide globali, in un momento caratterizzato da tensioni geopolitiche, protezionismo economico e crescente instabilità internazionale.

Italia e Cina, ha osservato, condividono inoltre il sostegno al ruolo delle Nazioni Unite e alla centralità del dialogo multilaterale come strumento per la risoluzione delle controversie, opponendosi alle logiche di contrapposizione e ai conflitti.

Verso il futuro

In conclusione, guardando al futuro dei rapporti bilaterali, “sono certo che il rapporto tra Cina e Italia continuerà a rafforzarsi”, nella convinzione che cooperazione, innovazione e dialogo rappresentino oggi le basi più solide per affrontare insieme le sfide del futuro.


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Raffaele Fitto a Roma Europea: “L’UE deve diventare più veloce, flessibile e capace di decidere”

Raffaele Fitto, Vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Coesione e alle Riforme, è stato protagonista di un nuovo appuntamento del ciclo di incontri promosso da Roma Europea presso la Fondazione Villa Maraini.

Nel corso del confronto, Fitto ha offerto una riflessione ampia sul futuro dell’Unione Europea, soffermandosi sulle sfide geopolitiche, economiche e sociali che stanno ridefinendo il ruolo delle istituzioni europee e il rapporto con gli Stati membri.

«Viviamo una fase molto complessa», ha spiegato, evidenziando come gli strumenti decisionali costruiti in un contesto più stabile si trovino oggi a confrontarsi con un mondo caratterizzato da cambiamenti rapidi e crisi sempre più frequenti. Dalle tensioni internazionali che interessano le principali rotte energetiche globali fino alle nuove esigenze di sicurezza e competitività, secondo Fitto l‘Europa è chiamata a dotarsi di meccanismi più flessibili ed efficaci per rispondere alle emergenze e alle trasformazioni in atto.

La capacità decisionale dell’Unione Europea

Uno dei passaggi centrali del suo intervento ha riguardato il tema della capacità decisionale dell’Unione Europea. «La complessità dei processi decisionali spesso non consente la rapidità necessaria nell’esecuzione delle scelte», sottolineando la necessità di una governance più snella e di strumenti in grado di adattarsi velocemente ai mutamenti dello scenario internazionale.

Tra gli esempi citati, Fitto ha richiamato anche le recenti tensioni internazionali che interessano lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici mondiali. Situazioni di questo tipo, evidenziano quanto l’Europa debba essere in grado di reagire rapidamente a shock esterni che incidono direttamente sulla sicurezza energetica, sull’economia e sulla competitività del continente. Da qui la necessità di una maggiore flessibilità, efficacia e semplificazione nei processi decisionali europei.

Guardando al futuro, Fitto ha richiamato l’appuntamento del 2027, quando ricorreranno i settant’anni dei Trattati di Roma. Un anniversario che rappresenterà non soltanto una celebrazione storica, ma anche un’occasione per riflettere sull’architettura istituzionale dell’Unione Europea e sul rapporto tra Bruxelles e gli Stati membri.

La politica di coesione come opportunità

Ampio spazio è stato dedicato alla politica di coesione, definita da Fitto come uno degli strumenti più importanti, ma spesso meno conosciuti, dell’azione europea. In vista della definizione del quadro finanziario pluriennale 2028-2034, il Vicepresidente della Commissione ha evidenziato la necessità di costruire un bilancio europeo capace di rispondere alle nuove sfide strategiche del continente.

In questo quadro la Commissione europea sta lavorando a una strategia che consenta una maggiore flessibilità nell’utilizzo delle risorse disponibili, adattando gli strumenti finanziari alle nuove esigenze emerse negli ultimi anni rispetto allo scenario originariamente immaginato durante la fase post-pandemica. Tra le nuove priorità individuate figurano la difesa, la gestione delle risorse idriche, le politiche per la casa, la competitività e l’energia.

Fitto ha inoltre richiamato l’attenzione sulle difficoltà che ancora oggi rallentano la capacità di trasformare rapidamente le risorse disponibili in investimenti concreti. Da qui la scelta della Commissione europea di puntare con decisione sulla semplificazione amministrativa. «Per la prima volta esiste una delega specifica alla semplificazione», ha ricordato, indicando nella riduzione della frammentazione dei programmi e nella razionalizzazione degli strumenti finanziari una delle principali direttrici di riforma.

L’esperienza del PNRR

Un capitolo significativo è stato dedicato al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Fitto ha ricordato come il PNRR rappresenti un passaggio storico per l’Unione Europea, essendo nato attraverso l’emissione di debito comune europeo. Un’esperienza che, secondo il Vicepresidente della Commissione, ha prodotto risultati significativi per l’Italia. A sostegno di questa valutazione ha richiamato le analisi di BCE, Banca d’Italia, OCSE e Fondo Monetario Internazionale, che hanno evidenziato il contributo positivo del PNRR alla crescita economica e alla modernizzazione del Paese. Questa esperienza oggi richiede un aggiornamento capace di tenere conto delle nuove condizioni economiche e geopolitiche.

Le sfide del futuro: mercato e demografia

Guardando alla prossima programmazione finanziaria europea, Fitto ha illustrato la struttura su cui si sta sviluppando il confronto per il bilancio 2028-2034. Tra i pilastri individuati figurano il programma nazionale e regionale di partenariato, destinato a semplificare e coordinare l’utilizzo delle risorse; il capitolo dedicato alla competitività, finalizzato a rafforzare il mercato interno europeo, che conta oltre 450 milioni di cittadini ma continua a presentare numerose barriere; e la dimensione esterna, attraverso il programma Global Europe, pensato per consolidare il ruolo dell’Unione nello scenario internazionale e rafforzarne la capacità competitiva nei confronti delle altre grandi aree economiche del mondo.

Un’altra grande sfida indicata da Fitto riguarda la demografia. Mentre vaste aree interne, rurali e insulari continuano a perdere popolazione, circa due terzi degli europei vivono oggi nelle aree urbane. Una trasformazione che impone nuove politiche per la mobilità, i trasporti, l’accesso ai servizi e la qualità della vita nelle città. In questo contesto il Vicepresidente della Commissione ha richiamato il ruolo strategico che i centri urbani saranno chiamati a svolgere nel prossimo ciclo di programmazione europea, anche attraverso strumenti dedicati e una maggiore attenzione alle politiche urbane integrate.

In questo contesto assume particolare rilevanza il principio del “Right to Stay”, il diritto per ogni cittadino di poter scegliere liberamente se restare a vivere nel proprio territorio senza essere costretto a trasferirsi per mancanza di opportunità. Una prospettiva che dovrà rappresentare uno degli assi portanti della futura politica di coesione europea.

Competitività e autonomia

Nel corso dell’incontro è stato affrontato anche il tema della competitività europea e della transizione ecologica e del Green Deal europeo. Pur condividendo gli obiettivi della sostenibilità ambientale, ha sottolineato la necessità di riflettere sulle modalità e sui tempi di attuazione delle politiche europee, affinché la transizione non finisca per mettere sotto pressione il sistema produttivo e industriale europeo. Una riflessione che investe più in generale il modello di governance e la capacità dell’Europa di accompagnare il cambiamento senza perdere competitività.

Nelle conclusioni Fitto ha ribadito la necessità di rafforzare la dimensione europea nell’affrontare le grandi questioni contemporanee. Dalla sicurezza energetica alla competitività industriale, fino alle sfide geopolitiche globali, l’obiettivo deve essere quello di costruire una maggiore autonomia strategica europea e superare le dipendenze che negli ultimi anni hanno mostrato tutti i loro limiti, a partire dalle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina. In questa prospettiva assumono un ruolo centrale il Mediterraneo e l’Africa, aree con cui l’Europa e l’Italia sono chiamate a costruire relazioni sempre più solide e strategiche per affrontare le trasformazioni del nuovo scenario internazionale.

Una sfida che passa attraverso una maggiore capacità decisionale, una governance più efficace e una visione comune capace di coniugare crescita, sicurezza e coesione sociale.

Chi è Raffaele Fitto

Raffaele Fitto è Vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Coesione e alle Riforme. Ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali, tra cui Presidente della Regione Puglia, Ministro della Repubblica ed eurodeputato. Dal 2022 al 2024 è stato Ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il PNRR. Oggi è tra i principali protagonisti delle politiche europee per lo sviluppo, la competitività e la coesione territoriale dell’Unione Europea.

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